Le province che ne hanno più risentito sono Belluno (-7,3%), Treviso (-6%) e Rovigo (-5,3%). Le meno colpite sono Venezia (-4,9%) e Padova (4,7%). L‘intelligenza artificiale (Ai) potrebbe diventare una mano amica secondo Cgia
Molte botteghe hanno approfittato della settimana di Ferragosto per abbassare le proprie serrande e prendersi qualche giorno di ferie. Ma per tante botteghe quelle saracinesche si sono chiuse da tempo e, purtroppo, per sempre. La concorrenza sempre più aggressiva, i costi crescenti e una domanda che è cambiata profondamente hanno inciso troppo e penalizzato le loro piccole realtà.
Secondo l’ufficio studi della Cgia – Confederazione Generale Italiana dell’Artigianato -, appartenente all’Associazione degli artigiani e delle piccole imprese di Mestre, in Veneto negli ultimi 10 anni il numero di artigiani è continuato a calare senza fermarsi. Nel 2015 infatti potevamo contare su 182.510 persone, 10 anni dopo nel 2025 ne contavamo poco più di 134.000, con un calo di 48.400 persone (-26,5%). E quando scompare una bottega non si perde soltanto un’attività economica: si spegne un punto di socialità, di competenze e di identità. La scomparsa progressiva dell’artigianato sta cambiando il volto dei nostri quartieri e delle nostre piazze, rendendoli sempre più anonimi e impoverendo la qualità della vita delle comunità che li abitano. Il discorso si può applicare anche ai borghi, nelle zone di montagna e nei paesi di provincia, dove la diminuzione del numero di artigiani va di pari passo con lo spopolamento che stanno subendo questi luoghi.
A rischio le riparazioni e/o manutenzioni
A seguito del progressivo invecchiamento della popolazione artigiana e la corrispondente contrazione dei giovani che si avvicinano a questi mestieri, dovuto anche al calo demografico – meno abitanti significa meno clienti -, è molto probabile che entro un decennio riuscire a trovare un professionista in grado di eseguire un intervento di riparazione e/o manutenzione presso la nostra abitazione o nel luogo dove lavoriamo sarà un’operazione difficilissima.
La concorrenza della grande distribuzione
L’ufficio studi della Cgia sostiene che la concorrenza della grande distribuzione e dell’e-commerce – che riescono ad offrire prezzi alla clientela più bassi – e il cambiamento delle abitudini di consumo – meno acquisti frequenti e più acquisti concentrati in un unico luogo – hanno penalizzato molto i negozi di vicinato, in quanto contavano su una clientela quotidiana fidelizzata e risentono maggiormente delle tasse e degli affitti da pagare.
Le crisi dei settori hanno unito gli artigiani
La Cgia segnala comunque che questa riduzione in parte è anche riconducibile al processo di aggregazione/acquisizione che ha interessato alcuni settori dopo le grandi crisi 2008/2009, 2012/2013 e 2020/2021. Questa “spinta” verso l’unione aziendale ha compresso l’insieme degli artigiani, ma ha contribuito positivamente ad aumentare la dimensione media delle imprese, spingendo all’insù anche la produttività di molti comparti – in particolare, del trasporto merci, del metalmeccanico, degli installatori impianti e della moda -.
L’intelligenza artificiale non ucciderà l’artigianato. Lo selezionerà
L’intelligenza artificiale (Ai) sta cambiando tutti i settori produttivi ed esiste la preoccupazione che, prima o poi, sostituirà chi lavora nell’artigianato e chi effettua lavori manuali. Nonostante i dubbi, la Cgia rassicura affermando che, secondo loro, l’Ai non farà sparire gli artigiani, ma li dividerà in due gruppi. Il primo è quello di chi userà l’Ai come un aiutante instancabile: il falegname potrà avere dieci idee di tavolo in pochi secondi, il muratore preparerà preventivi mentre è ancora al lavoro in cantiere, il ceramista non dovrà più perdere tempo a scrivere post sui social. In questi casi l’Ai non ruba tempo: lo restituisce, lasciando più spazio alla vera manualità.
Il secondo gruppo è quello di chi si troverà l‘Ai come concorrente, nei casi in cui il prodotto prodotto è facilmente standardizzabile: mobili stampati in 3D, abiti “su misura” pronti in un’ora, grafiche create in automatico al posto del designer. Qui il rischio è reale, perché costa meno e spesso il cliente non riesce più a distinguere un oggetto fatto a mano da uno realizzato da una macchina. Chi avrà vantaggi da questa situazione? Chi restaura – un mobile antico non lo ripara nessuna macchina -, chi lavora nel lusso su misura, chi ripara e chi vende soprattutto un’esperienza: corsi, botteghe aperte al pubblico, la possibilità di vedere il gesto artigianale dal vivo. Il pericolo vero, allora, non è che l’Ai porti via il lavoro agli artigiani. È che chi la sa usare diventerà molto più veloce di chi lavora “solo con le mani” – e per i clienti sarà sempre più difficile accorgersi della differenza.
Va introdotto un reddito di gestione per chi gestisce una bottega
I negozi e le botteghe artigiane giocano un ruolo fondamentale nei centri storici, nelle piccole comunità e nei borghi, contribuendo all’identità culturale, all’economia locale e al mantenimento del patrimonio storico. Queste attività, spesso situate in edifici storici, arricchiscono l’ambiente urbano con la loro presenza e le loro creazioni, attirando turisti e residenti interessati alla tradizione e all’artigianato di qualità. La riduzione del numero degli abitanti ha portato a una forte contrazione del numero dei negozi/botteghe di vicinato secondo l’analisi della Cgia. Per questo sarebbe opportuno progettare un “reddito di gestione delle botteghe artigiane” per chi (giovane o meno) conduce o apre una attività nei centri minori (almeno fino a 10.000 abitanti).
Investire nella formazione professionale
Da cinquant’anni il lavoro manuale è sempre più considerato nell’immaginario collettivo come un settore marginale, un qualcosa che appartiene al passato e di cui ci dobbiamo liberare. Invertire la rotta significa investire seriamente su due fronti: l’orientamento scolastico e l’alternanza scuola-lavoro, restituendo centralità agli istituti professionali che, non troppi decenni fa, sono stati un motore decisivo dello sviluppo economico nazionale. Anche qui il pensiero comune ha una considerazione negativa, in quanto percepisce i professionali come scuole di “serie B”, quando non addirittura di “serie C”.
Il paradosso è servito: mentre l’artigianato attraversa una crisi profonda, gli stessi imprenditori del settore denunciano da anni un problema opposto e speculare, quello di non trovare manodopera disposta ad avvicinarsi a questo mestiere.
In controtendenza acconciatori, estetiste, gelatai, pizzerie per asporto e informatici
Non tutti i settori artigiani hanno però subito delle crisi: quelli del benessere e dell’informatica presentano dati in controtendenza. Nel primo, ad esempio, si continua a registrare un costante aumento degli acconciatori, degli estetisti e dei tatuatori. Nel secondo, invece, sono in decisa espansione i sistemisti, gli addetti al web marketing, i video maker e gli esperti in social media. Va altrettanto bene anche il comparto dell’alimentare, con risultati significativamente positivi per le gelaterie, le gastronomie e le pizzerie per asporto posizionate, in particolare, nelle città ad alta vocazione turistica.
Nell’ultimo anno le chiusure hanno interessato, in particolare, Belluno, Treviso e Rovigo
I dati della Cgia dichiarano che la riduzione del numero di imprenditori artigiani ha interessato tutte le regioni d’Italia. Nell’ultimo decennio le aree più colpite sono state le Marche (-31,3%), l’Umbria (-29,3%), l’Emilia-Romagna (-28,7%) e il Piemonte (-28,4%). Il Veneto, come scritto sopra, nell’ultimo decennio ha perso 48.424 attività. La provincia veneta che ha subito il calo più importante è stata Belluno, con -7,3% (-405 persone) tra il 2025 e il 2024. Seguono Treviso con il -6% (-1.559) e Rovigo con il -5,3% (-334). Al quarto posto c’è Vicenza sempre con il -5,3% (-1.433) e al quinto Verona con il -5% (-1.314). Le meno colpite, infine, sono state Venezia con il -4,9% (-1.062 unità) e Padova con il -4,7% (-1.334)



