Il Veneto rischia un vuoto occupazionale entro il 2030: denatalità, pensionamenti e carenza di personale mettono sotto pressione imprese e sistema economico regionale.
Il Veneto si trova davanti a una trasformazione epocale del proprio mercato del lavoro. Entro il 2029, oltre 291 mila lavoratori della regione lasceranno fabbriche, uffici e servizi per raggiunti limiti d’età o anzianità contributiva. Una cifra enorme, che apre una domanda destinata a diventare centrale nei prossimi anni: chi prenderà il loro posto? A sollevare il tema è l’Ufficio studi della CGIA, che analizza un quadro complesso e in rapida evoluzione.
Secondo la CGIA, “la fuoriuscita dei baby boomer rappresenta una delle più grandi sfide che il Veneto dovrà affrontare nei prossimi anni. Già oggi molte imprese faticano a trovare personale: tra il 2025 e il 2029 questa difficoltà rischia di diventare strutturale”. Negli ultimi dieci anni la popolazione giovanile veneta tra i 15 e i 34 anni è cresciuta di oltre 13.300 unità, un dato in controtendenza rispetto al calo registrato nel resto del Paese. Un segnale positivo, ma non sufficiente a compensare gli effetti della denatalità, che nel medio-lungo periodo ridurrà inevitabilmente la disponibilità di giovani pronti a entrare nel mercato del lavoro.
Tra il 2025 e il 2029, secondo il Sistema Informativo Excelsior di Unioncamere-Anpal, più di 291 mila lavoratori veneti lasceranno l’impiego. Di questi, 164.600 sono dipendenti privati. Le imprese che subiranno l’impatto maggiore saranno le piccole, già oggi in difficoltà nel reperire personale qualificato e meno attrattive rispetto alle aziende di dimensioni maggiori. Nel confronto con le altre regioni, il Veneto è terzo per incidenza delle uscite dei dipendenti privati sul totale, dopo Lombardia ed Emilia-Romagna.
Sul fronte dell’immigrazione, la CGIA invita alla prudenza. “Pensare che gli immigrati possano colmare completamente i vuoti occupazionali è un errore. Nel breve periodo possono rappresentare un supporto, ma solo se inseriti in percorsi formativi adeguati e se le imprese garantiscono condizioni di lavoro e di vita dignitose”. L’Ufficio studi sottolinea la necessità di canali preferenziali per lavoratori già formati nei Paesi d’origine, in linea con il Piano Mattei.
Il progressivo invecchiamento della popolazione solleva anche interrogativi sulla tenuta del sistema pensionistico. Le proiezioni di Istat e MEF indicano che la spesa previdenziale, oggi pari al 15,4 per cento del Pil, salirà fino al 17 per cento intorno al 2040, per poi scendere sotto il 14 per cento entro il 2070. Secondo la CGIA, “il sistema appare sostenibile nel lungo periodo, ma il vero nodo riguarda gli importi futuri: i giovani di oggi rischiano pensioni troppo basse per garantire una vita dignitosa”. L’Ufficio studi richiama la necessità di incentivare la previdenza complementare e di introdurre forme di risparmio previdenziale volontario presso l’Inps.
La questione sanitaria potrebbe rivelarsi ancora più complessa. Gli over 65 rappresentano oggi circa il 25 per cento della popolazione italiana e assorbono il 60 per cento della spesa sanitaria. Entro il 2050 questa fascia arriverà al 35 per cento, con un impatto particolarmente rilevante in Veneto. “Se non si riuscirà ad aumentare l’aspettativa di vita in buona salute, la spesa sanitaria rischia di diventare difficilmente sostenibile”, avverte la CGIA.
Sul fronte demografico, la Calabria è la regione che negli ultimi dieci anni ha perso più giovani, con una contrazione del 18 per cento. Il Veneto, invece, cresce del 1,4 per cento, insieme a Liguria, Lombardia ed Emilia-Romagna. A livello provinciale, Rovigo registra il calo più significativo, con una diminuzione del 9,7 per cento dei giovani tra i 15 e i 34 anni. Belluno è sostanzialmente stabile, mentre Venezia e Treviso mostrano i risultati migliori, rispettivamente con un aumento del 2,4 e del 2,8 per cento.
Il quadro delineato dalla CGIA è chiaro: il Veneto rischia di trovarsi, entro pochi anni, con meno giovani, più anziani e centinaia di migliaia di lavoratori da sostituire. Le imprese dovranno ripensare modelli organizzativi e strategie di attrazione. Le istituzioni saranno chiamate a intervenire su formazione, immigrazione qualificata, previdenza e sanità. E i giovani dovranno essere messi nelle condizioni di costruire carriere stabili e retribuzioni adeguate. La domanda resta aperta: chi lavorerà in Veneto nel 2030? La risposta dipenderà dalle scelte che il territorio saprà compiere già da oggi.



