Il sindacato interviene nel dibattito nato dopo le dichiarazioni del leader di Futuro Nazionale e difende il riconoscimento della specificità del femminicidio: “Descrive una forma particolare di violenza fondata sul possesso e sul controllo delle donne“
Prosegue il dibattito politico e culturale sul tema del femminicidio dopo le recenti dichiarazioni del leader di Futuro Nazionale, Roberto Vannacci, che nei giorni scorsi aveva sostenuto come il femminicidio fosse “un omicidio come tutti gli altri” e non richiedesse un riconoscimento specifico. A replicare è ora la segreteria Spi Cgil Veneto, che in una nota interviene per ribadire la necessità di riconoscere la specificità di questa forma di violenza e le sue radici culturali.
“Sostenere che il femminicidio sarebbe “un omicidio come tutti gli altri” e non avrebbe bisogno di un riconoscimento specifico, merita una risposta seria e documentata – afferma infatti il sindacato -. Nessuno sostiene che la vita di una donna valga più di quella di un uomo. Nessuno afferma che un omicidio sia meno grave di un altro. Il punto è diverso: il femminicidio non descrive semplicemente chi viene ucciso, ma perché viene ucciso.“
“Quando una donna viene assassinata da un partner, da un ex compagno o da un uomo che non accetta la sua libertà, la fine di una relazione o la sua autonomia, non siamo di fronte a un delitto casuale. Siamo di fronte all’espressione estrema di una cultura del possesso, del controllo e della sopraffazione – prosegue la segreteria Spi Cgil Veneto -. Per questo il termine femminicidio non nasce per creare privilegi, ma per descrivere una realtà specifica. Una realtà che per decenni è stata nascosta dietro formule come “delitto passionale”, quasi che la violenza potesse essere giustificata dall’amore o dalla gelosia“.
“I numeri dimostrano che la maggior parte delle donne uccise perde la vita in ambito familiare o affettivo e molto spesso per mano di partner o ex partner. Non si tratta quindi di una serie di episodi scollegati, ma di un fenomeno sociale con caratteristiche precise – aggiunge il sindacato -. Negare l’esistenza del femminicidio significa ignorare queste caratteristiche e cancellare le radici culturali della violenza. È come sostenere che tutti gli incidenti sul lavoro siano uguali a qualsiasi altro incidente: la morte è sempre una tragedia, ma le cause e i contesti richiedono strumenti diversi di prevenzione e di intervento. Anche il legislatore italiano ha riconosciuto questa specificità introducendo una fattispecie dedicata, fondata sul movente di dominio, discriminazione, controllo e possesso esercitato nei confronti della donna in quanto tale. Non si tratta di stabilire gerarchie tra vittime, ma di individuare e contrastare una forma particolare di violenza”.
“Come sindacaliste e sindacalisti, cittadine e cittadini, non possiamo limitarci alla repressione penale. Dobbiamo interrogarci sulle cause profonde. La violenza contro le donne si combatte con l’educazione al rispetto che si realizza sia in famiglia che a scuola, nasce con l’indipendenza economica femminile, con servizi sociali adeguati, con centri antiviolenza finanziati e con una cultura che riconosca pienamente la libertà e l’autodeterminazione delle donne – sostengono dal sindacato -. Per questo la battaglia contro il femminicidio riguarda tutta la società e riguarda anche il sindacato. Difendere i diritti delle donne significa difendere la qualità della nostra democrazia. Significa affermare che nessuno può considerare un’altra persona una proprietà da controllare o da punire“.
“Il femminicidio esiste. Lo raccontano le storie delle vittime, lo confermano i dati, lo riconoscono le istituzioni e lo impone la coscienza civile di un Paese che vuole essere più giusto e più libero – conclude Spi Cgil Veneto –. Le parole hanno un peso. Quando si nega un fenomeno sociale così grave, il rischio non è soltanto quello di sbagliare un’analisi. Il rischio è quello di rendere più difficile il cambiamento culturale di cui l’Italia ha ancora bisogno.“



