Zaia evidenzia il “paradosso” nella formulazione della legge, in vigore dal 1° marzo 2026: solo chi compie 70 anni dopo quella data può ottenere la proroga, ma tutti devono comunque lasciare entro fine anno
Consentire ai dirigenti sanitari di lavorare fino a 72 anni è una scelta condivisibile, ma la norma attuale rischia di svuotarla di significato. È la posizione del presidente del Consiglio regionale del Veneto, Luca Zaia, che interviene sulla legge 26/2025, derivata dalla conversione del decreto legge 200/2025.
“Su questo tema mi sono battuto da sempre e l’ho sostenuto con forza anche l’anno scorso – spiega Zaia –: consentire, ove vi sia la volontà dei medici e la conferma dell’amministrazione, la proroga dell’attività lavorativa dei dirigenti sanitari fino a 72 anni, va nella direzione giusta. Ma se poi una norma viene scritta in modo tale da rendere questo obiettivo di fatto irraggiungibile, allora siamo di fronte a una possibile beffa che va corretta immediatamente”.
Il nodo riguarda il limite fissato al 31 dicembre 2026: una scadenza che, nei fatti, impedisce di arrivare davvero ai 72 anni, riducendo la permanenza massima a poco più di 70 anni e mezzo. “Non si tratta di togliere spazio ai giovani, come qualcuno potrebbe superficialmente sostenere – mette in chiaro Zaia –. Si tratta, invece, di affrontare con ogni strumento che possiamo mettere in campo una fase in cui mancano medici, specialisti e alte professionalità, e nella quale dobbiamo incentivare al massimo chi è ancora in forma, ha motivazione, esperienza e molto da dare, a continuare a lavorare. Lo abbiamo visto già durante il Covid e continuiamo a vederlo oggi: ci sono professionisti vicini alla pensione che possono ancora rappresentare un presidio fondamentale per il funzionamento dei reparti e per la qualità delle cure.”
Il presidente evidenzia poi un “paradosso” nella formulazione della legge, in vigore dal 1° marzo 2026: solo chi compie 70 anni dopo quella data può ottenere la proroga, ma tutti devono comunque lasciare entro fine anno. Una situazione che può tradursi in estensioni di poche settimane. “È evidente l’assurdità di una norma pensata per fronteggiare la grave carenza di personale sanitario che poi, nella pratica di applicazione del provvedimento, non consente quasi a nessuno di restare davvero in servizio – afferma il presidente del Consiglio regionale –. Così, non si dà una risposta né alle aziende sanitarie né ai cittadini. E si compie un errore ancora più grave se si pensa al valore di questi professionisti: penso ai chirurghi, agli specialisti, a chi opera in ambiti ad altissima complessità, come i trapianti. Dietro ciascuno di loro ci sono anni di investimenti enormi da parte del pubblico: formazione, lavoro in équipe, attrezzature, aggiornamento, congressi, viaggi di studio. È un patrimonio costruito nel tempo, che non possiamo disperdere con leggerezza”.
Altro rischio, secondo Zaia, è quello di favorire il passaggio al settore privato. “Il settantenne che esce dal circuito pubblico non è uno che va a casa a guardare la televisione – puntualizza Zaia –. Se sta bene, se è in forma, se è conosciuto e apprezzato, molto spesso continua a lavorare nel privato. E allora il danno è doppio: da una parte, perdiamo forze lavoro preziose proprio quando non ne abbiamo abbastanza; dall’altra, regaliamo al privato professionalità sulle quali il pubblico ha investito per decenni. Non ho nulla contro la sanità privata, che è una componente importante dell’offerta sanitaria, ma in una logica di sistema è un non senso formare e far crescere un professionista nel pubblico per poi perderlo proprio nella fase finale della sua vita professionale, quando può ancora produrre valore, guidare i team e trasmettere competenze”.
Da qui la richiesta di un intervento rapido e chiaro. “La norma va migliorata, eliminando una formulazione che oggi la rende contraddittoria”, conclude Zaia.



