Il presidente della Commissione legalità del Consiglio regionale interviene dopo le rivelazioni del collaboratore di giustizia Toffanin: “Chi serve lo Stato non deve essere lasciato solo”
“Questa non è soltanto la storia di una magistrata minacciata dalla criminalità organizzata. È anche la storia di una città e di un territorio che per troppo tempo hanno preferito non vedere“. È quanto afferma Gianpaolo Trevisi, consigliere regionale del Partito Democratico e presidente della Quarta commissione del Consiglio regionale del Veneto, dedicata alla promozione della legalità, dopo le rivelazioni del collaboratore di giustizia Nicola Toffanin, esponente del clan Giardino, relative a un presunto progetto di attentato nei confronti dell’allora pubblico ministero di Verona, Maria Beatrice Zanotti.
Secondo Trevisi, la vicenda rappresenta un richiamo alla necessità di riconoscere la presenza e il rischio della criminalità organizzata anche nei territori dove per anni si è pensato che il fenomeno non fosse presente. “Mentre c’era chi sosteneva che la mafia a Verona non esistesse, c’era chi indagava e, per questo, veniva individuato come un bersaglio“, dichiara il consigliere regionale.
Trevisi sottolinea il valore del lavoro svolto dalla magistrata e manifesta la propria vicinanza personale alla pm. “Ci sono vicende che ci ricordano quanto sia delicato e prezioso il lavoro di chi, ogni giorno, serve lo Stato. Sapere che a Verona qualcuno avesse progettato un attentato contro la pm, Maria Beatrice Zanotti, per le sue indagini, è una di queste. A lei rivolgo tutta la mia vicinanza: l’ho conosciuta nel corso dei miei anni di servizio alla Questura di Verona e ho avuto modo di conoscere e apprezzare la serietà, il rigore e la passione civile”.
Per l’esponente dem veronese, il potere delle organizzazioni mafiose non si manifesta soltanto attraverso la violenza. “Le mafie non hanno bisogno di sparare per esercitare il proprio potere. Hanno bisogno soprattutto del silenzio, dell’indifferenza e della convenienza di chi minimizza. Per questo considero queste rivelazioni ancora più inquietanti: ci ricordano che la legalità non è mai un traguardo acquisito, ma una scelta quotidiana che richiede competenza, coraggio e memoria. Da poliziotto ho imparato che dietro ogni grande indagine ci sono donne e uomini dello Stato che pagano un prezzo personale molto alto”.
“Da presidente della Commissione legalità – conclude Trevisi – credo che il nostro compito sia anche quello di impedire che vengano lasciati soli. La lotta alle mafie non è materia per addetti ai lavori: riguarda la qualità della nostra democrazia, l’economia dei nostri territori e il futuro dei nostri giovani”.



