L’indagine partita da Latisana ha portato a disarticolare un’organizzazione italo-albanese che riforniva anche Jesolo, Caorle, Bibione e Lignano. Sequestrati oltre 98 chili di droga, armi e beni per 1,1 milioni di euro
Un controllo della Guardia di Finanza a Latisana, alle porte di Lignano Sabbiadoro, ha dato il via a un’indagine che ha portato allo smantellamento di una vasta organizzazione criminale italo-albanese specializzata nel traffico di sostanze stupefacenti tra il Nord Italia e le principali località turistiche dell’Alto Adriatico, comprese Jesolo, Caorle e Bibione.
L’operazione, coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia della Procura di Milano e condotta dai finanzieri del Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria di Trieste con il supporto del Servizio Centrale Investigativo Criminalità Organizzata della Guardia di Finanza, ha ricostruito l’attività di un’organizzazione con basi logistiche nelle province di Brescia, Lecco, Milano, Monza Brianza, Pavia, Savona e Siena.
Secondo quanto emerso dalle indagini, il gruppo riforniva abitualmente le piazze di spaccio di Lombardia, Liguria e Toscana, estendendo durante la stagione estiva la distribuzione anche alle principali mete turistiche del Nord-Est. Le cessioni di droga avvenivano nei pressi di discoteche, pub, stabilimenti balneari e strutture ricettive di Sistiana, Grado, Latisana, Lignano Sabbiadoro, Bibione, Jesolo e Caorle.
L’origine dell’inchiesta
L’inchiesta è nata dall’arresto di due corrieri fermati a Latisana con due chilogrammi di marijuana. Da quel primo sequestro gli investigatori sono riusciti a ricostruire la struttura dell’organizzazione, composta prevalentemente da cittadini albanesi attivi in diverse province lombarde. La complessità dell’indagine ha portato la Direzione distrettuale antimafia di Milano ad assumere il coordinamento delle operazioni.
Per documentare l’attività del gruppo sono state impiegate tecniche investigative tradizionali, come pedinamenti, appostamenti e intercettazioni ambientali audio e video, affiancate da strumenti tecnologici avanzati, ritenuti necessari per contrastare un’organizzazione ritenuta particolarmente strutturata.
Gli investigatori hanno delineato un sodalizio gerarchicamente organizzato, composto da persone considerate veri professionisti del narcotraffico. Per evitare di essere individuati utilizzavano piattaforme di comunicazione criptate, cambiavano frequentemente telefoni cellulari e schede Sim e sostituivano continuamente anche le automobili impiegate per i trasporti.

Le sostanze stupefacenti (cocaina, marijuana e hashish) arrivavano in Italia attraverso consolidate rotte balcaniche grazie alla collaborazione tra gruppi criminali italiani e organizzazioni di origine albanese.
Nel corso delle indagini è emerso inoltre che il gruppo aveva avviato una produzione autonoma di marijuana all’interno di una serra allestita nella campagna pavese.
Una volta introdotta in Italia, la droga veniva custodita in una rete di appartamenti e garage affittati da persone incensurate utilizzate come prestanome, così da rendere più difficile risalire ai reali componenti dell’organizzazione.
La distribuzione ai pusher seguiva un’organizzazione capillare. Il gruppo si serviva di corrieri reclutati appositamente, i cosiddetti “cavallini”, ai quali erano affidati compiti differenti: alcuni confezionavano le dosi, altri le distribuivano nelle piazze di spaccio e nelle località turistiche del Nord Italia. La rete era composta sia da italiani sia da giovani albanesi senza precedenti penali, fatti arrivare in Italia per periodi inferiori ai 90 giorni e poi sostituiti con altri connazionali.
L’esito delle indagini
Durante le indagini sono stati sequestrati complessivamente 70,5 chilogrammi di marijuana (64 a Sesto San Giovanni, 2 a Latisana e 4,5 a Lecco) oltre a 21 chilogrammi di cocaina, di cui 20 a Saronno e uno a Milano. I finanzieri hanno inoltre sequestrato una pistola Beretta calibro 9 Short con matricola abrasa e munizioni, un’Alfa Romeo Stelvio modificata con un doppiofondo per il trasporto della droga e arrestato in flagranza sette persone.
Al termine dell’inchiesta il Gip di Milano, su richiesta della Direzione distrettuale antimafia, ha emesso otto ordinanze di custodia cautelare in carcere nei confronti dei presunti vertici dell’organizzazione. Contestualmente sono state eseguite perquisizioni nei confronti di 33 indagati, accusati a vario titolo di associazione finalizzata al traffico di stupefacenti, produzione e detenzione di droga, ricettazione, riciclaggio e detenzione di armi clandestine.

Parallelamente all’indagine sul traffico di droga, i finanzieri hanno ricostruito il patrimonio accumulato dagli indagati grazie ai proventi illeciti. Attraverso l’analisi di conti correnti, investimenti, immobili e disponibilità finanziarie è stato quantificato un profitto di circa 1,1 milioni di euro. La Procura di Milano ha quindi disposto un sequestro preventivo d’urgenza che ha riguardato immobili, autovetture, gioielli, denaro contante e altre disponibilità finanziarie.
Le perquisizioni hanno inoltre portato all’arresto in flagranza di un altro indagato per detenzione di armi clandestine. Sono stati sequestrati altri 7,2 chilogrammi di marijuana già confezionata e pronta per la vendita, due pistole con matricola abrasa e munizioni, dieci armi bianche, orologi Rolex e ingenti somme di denaro contante in valuta italiana ed estera.



