La nuova mostra di Ocean Space Tide of Returns indaga il tema del rimpatrio dei beni culturali in un’ottica non istituzionale
Nell’ex Chiesa di San Lorenzo a Venezia, Ocean Space inaugura la nuova stagione espositiva 2026 con Tide of Returns [Onde di Ritorni]: un progetto espositivo che affronta uno dei temi più urgenti del dibattito culturale contemporaneo, quello della restituzione dei beni culturali. Al centro della mostra vi è la ricerca del Repatriates Collective, un collettivo di artiste e artisti attivo da diversi anni sul tema del rimpatrio delle opere alle comunità indigene, composto da voci provenienti dal Pacifico del Nord dell’Australia, dall’Africa meridionale e occidentale, dall’Europa e dall’America Latina.
Lontana da un approccio puramente documentario o storico, la mostra, visitabile dal 28 marzo all’11 ottobre, si configura come un dispositivo immersivo e relazionale, capace di coinvolgere il pubblico in una riflessione profonda sui concetti di appartenenza, memoria e riparazione. Un percorso che trasforma lo spazio in un luogo di attraversamento simbolico.
Il progetto: restituire, un processo culturale oltre che istituzionale
Curata da Khadija von Zinnenburg Carroll, Tide of Returns nasce come esito di una ricerca pluriennale che prende forma a partire da una domanda cruciale: cosa significa davvero restituire? Piuttosto che limitarsi alla dimensione giuridica o istituzionale, la mostra propone una lettura alternativa, rappresentando il rimpatrio come un processo culturale e spirituale, fatto di gesti e relazioni. In tal senso, il progetto assume i tratti di un dispositivo rituale di riappropriazione, in cui il ritorno supera il valore simbolico spingendosi oltre le forme più convenzionali di attivismo.
In relazione con le cosmovisioni indigene, l’acqua diventa qui elemento centrale superando la dimensione metaforica e configurandosi come agente attivo di connessione. Costruita a partire dai gesti del dare e del ricevere, la mostra Tide of Returns invita nei flussi e riflussi dei movimenti delle maree, in un sistema di pensiero nel quale l’acqua è un’entità viva, capace di trasmettere conoscenza e conservare memoria.
In quest’ottica, “la Chiesa di San Lorenzo non è un white cube – spiega il co-direttore di TBA21 Thyssen-Bornemisza Art Contemporary Markus Reymann -. È un edificio plasmato da secoli di commercio, fede, impero e dalla continua circolazione di ambizioni politiche, persone e merci attraverso il Mediterraneo”. L’incontro tra il collettivo Repatriates Collective e la chiesa genera “un confronto con le forze dello spostamento che sono tanto presenti nella storia stessa di Venezia quanto negli archivi e nelle comunità con cui le/gli artisti si sono confrontate/i”.
Le due navate dell’ex Chiesa di San Lorenzo ospitano opere multimediali site-specific che si sviluppano proprio attorno a questa idea di flusso continuo. Il risultato è un ambiente che sfida la linearità del tempo occidentale, proponendo una visione ciclica e interconnessa dell’esistenza. Nella navata ovest, il Repatriates Collective accoglie il pubblico in un ambiente immersivo, mentre nella navata est, l’installazione tessile-video di Verena Melgarejo Weinandt esplora pratiche di cura e appartenenza.
From My Mother’s Country del Repatriates Collective



La navata ovest ospita From My Mother’s Country, un’installazione immersiva che combina sabbia, tessuti, conchiglie, video e suono. Il visitatore si trova di fronte a migliaia di bambole rituali — le Dadikwakwa-kwa — disposte su una duna artificiale che richiama paesaggi costieri tra Africa e Australia.
Queste bambole, restituite a comunità come i Warnindilyakwa, non sono semplici manufatti ma veri e propri soggetti relazionali. Nelle culture che le hanno generate, esse incarnano saperi legati alla fertilità e rappresentano un fondamentale simbolo della trasmissione intergenerazionale. L’installazione restituisce questa dimensione viva e dinamica: ogni bambola è un autoritratto, un archivio di memoria, una presenza attiva.
Il paesaggio sonoro, che accompagna il film proiettato nello spazio, amplifica questa sensazione di coralità. Secondo alcune credenze aborigene infatti, il suono è in grado di viaggiare attraverso l’acqua, trasportando conoscenza: qui, esso diventa il filo invisibile che connette le diverse geografie dell’opera.
Il Repatriates Collective è un gruppo di artiste e artisti che si distingue per un approccio transdisciplinare che combina arte, ricerca accademica e attivismo, affrontando in modo diretto le eredità del colonialismo nei musei europei. Il loro lavoro si sviluppa a partire da casi concreti di restituzione — tra cui quelli che coinvolgono paesi come Namibia, Nigeria e Australia — mettendo in luce la complessità dei processi di rimpatrio. Fondamentale è il coinvolgimento diretto delle comunità di origine, che partecipano attivamente alla creazione delle opere. Questo approccio collaborativo consente di superare la logica estrattiva spesso associata alle istituzioni culturali occidentali, aprendo invece a processi di co-creazione e ascolto.
Weaving Connections di Verena Melgarejo Weinandt



Nella navata est, Verena Melgarejo Weinandt presenta Weaving Connections, un’installazione che unisce pratica tessile e linguaggio video. Lo spazio è attraversato da grandi superfici blu, solcate da trecce nere che evocano al contempo flussi d’acqua e ciocche di capelli, creando una continuità visiva tra natura e corpo.
Il video a tre canali integrato nell’installazione mostra una performance collettiva di preparazione, intreccio e lavaggio dei tessuti in un fiume. Il gesto, apparentemente semplice, assume una valenza rituale: intrecciare significa costruire relazioni, mentre lavare diventa un atto di purificazione e rinnovamento. In questo contesto, le trecce emergono come un potente elemento identitario e genealogico: rimandano a un legame con le antenate e a storie di sradicamento, in cui il taglio dei capelli segnava l’ingresso forzato in una nuova società. Il loro intreccio nel video restituisce anche la fatica necessaria a costruire connessioni reali, rendendo visibile uno sforzo collettivo di relazione e appartenenza che non può essere dato per scontato.
L’opera si inserisce in una ricerca più ampia, sviluppata dall’artista nel corso di diversi anni, in cui convergono riflessioni sul rimpatrio degli artefatti sottratti al Sud America e sulle modalità con cui le istituzioni europee hanno affrontato – o evitato – questo processo. A partire da un desiderio condiviso di restituzione ai popoli originari, il lavoro mette in luce come gli Stati abbiano storicamente utilizzato tali oggetti per costruire narrazioni identitarie nazionali, spesso fondate su stereotipi e appropriazioni. In questo senso, l’artista richiama anche l’uso politico della cultura e dell’immaginario – come nel caso della Germania nazista, dove racconti e rappresentazioni stereotipate dei popoli indigeni venivano mobilitati per formare modelli di comportamento e disciplina.
Weaving Connections si configura così come un dispositivo critico che invita a una maggiore consapevolezza di queste storie e delle loro conseguenze, sottolineando come tali pratiche abbiano ricadute concrete, politiche e sociali, sulla vita delle persone. All’interno di questo intreccio di temi – che include anche la dimensione della violenza, spesso implicita nei processi coloniali – l’acqua assume infine un valore simbolico centrale: un legame collettivo e non recidibile, capace di attraversare corpi, territori e memorie.
Restituzione e post-colonialità: oltre la proprietà, verso la relazione
Il tema della restituzione dei beni culturali è oggi al centro di un dibattito globale che coinvolge musei, governi e comunità. Casi emblematici come quello dei Bronzi del Benin hanno evidenziato la necessità di affrontare le eredità del colonialismo non solo sul piano simbolico, ma anche attraverso azioni concrete. Tuttavia, come sottolineano i postcolonial studies, il rimpatrio non può essere ridotto a una semplice transazione.
Tide of Returns propone una prospettiva alternativa, in cui la restituzione diventa un processo continuo di relazione e trasformazione. Piuttosto che concentrarsi sull’oggetto in sé, la mostra invita a considerare le reti di significato che lo attraversano: le storie, le persone, i territori. In questo senso, il ritorno non è mai definitivo, ma sempre in divenire.
L’approccio adottato dal Repatriates Collective suggerisce che la vera sfida non sia solo restituire ciò che è stato sottratto, ma ripensare le modalità con cui costruiamo conoscenza e relazione. In un’epoca segnata da crisi ecologiche e sociali, la mostra veneziana offre uno spazio di riflessione in cui immaginare nuove forme di convivenza, basate sulla reciprocità, sull’ascolto e sulla cura.
Più che una conclusione, Tide of Returns lascia aperta una domanda: è possibile trasformare il gesto della restituzione in un atto capace di generare futuro?



