A gennaio al Teatro Filarmonico di Verona andrà in scena il Don Giovanni di Mozart: la Fondazione Arena sceglie Ildar Abdrazakov per il ruolo principale, nonostante i profondi legami fra l’artista e il Cremlino
La Fondazione Arena ha presentato nei giorni scorsi la nuova stagione al Teatro Filarmonico di Verona. Tanti e importanti i titoli proposti: si va da Verdi a Vivaldi, poi Rossini e Beethoven. Non fosse per quel Mozart macchiato di propaganda, in programma per gennaio 2026: sul palco del Filarmonico infatti, nei panni di Don Giovanni, salirà Ildar Abdrazakov, cantante d’opera basso russo.
Sul sito della Fondazione Arena, che riporta l’intero cast del Don Giovanni di Mozart, Abdrazakov è presentato come “uno dei bassi più ricercati dell’opera e uno degli artisti più celebrati e riconosciuti della sua generazione”. “La sua voce potente ma raffinata, unita alla sua avvincente presenza scenica, hanno spinto i critici – continuano, citando anche il quotidiano britannico The Indipendent – ad acclamarlo come ‘un basso sensazionale… che ha praticamente tutto: suono imponente, bel legato, finezza’”.
Ma cosa c’entra allora la propaganda russa? Quello che la Fondazione Arena non dice è proprio questo: non si tratta di un semplice cantante russo, ma di un attivo sostenitore del regime di Putin.
Luci e ombre di Ildar Abdrazakov
Se artisticamente il basso russo è celebrato per le sue doti e per la sua ricca biografia, ciò che si nasconde dietro alla figura di Ildar Abdrazakov è molto più di semplici ombre. Alle elezioni presidenziali russe, Abdrazakov ha infatti sostenuto in diversi discorsi pubblici la lista di Vladimir Putin, come riportato in diversi articoli del sito austriaco dedicato all’opera lirica Opern News e del sito americano, sempre dedicato all’opera lirica, Opera Wire (ma anche in articoli di altre testate italiane, come La Stampa), e come testimoniano anche alcuni video diffusi nel web: figura di fatto tra i 700 artisti dichiaratisi apertamente vicini al presidente russo e alla sua ideologia.
Oltre a ciò, nel 2024 gli è stato affidato anche un ruolo all’interno del Consiglio Presidenziale per le Arti e la Cultura, andando a sostituire chi si era espresso per la pace con l’Ucraina. E non stupisce dunque se Abdrazakov sia stato elencato tra i sostenitori attivi della guerra dalla Anti-Corruption Foundation di Navalny, proprio per il suo sostegno attivo al regime del Cremlino.
Il suo attivo ed evidente impegno politico è costato ad Abdrazakov, dal 2023, la messa al bando da numerosissimi palcoscenici europei, con la cancellazione di concerti negli Stati Uniti ma anche a Parigi, Zurigo, Vienna e in alcuni importanti festival e teatri italiani, come quelli di Milano, Roma e Napoli. A opporsi alle sue esibizioni in Italia, sono stati anche alcuni partiti politici, tra cui +Europa, e alcune associazioni e fondazioni culturali.
Non solo: sempre nel 2024, anche l’agenzia musicale Centre Stage Artist Management che rappresentava il cantante lirico russo ha interrotto i rapporti con lui, come ha fatto sapere Opera Wire.
L’importanza delle scelte nella cultura
Non si tratta dunque di accanimento o di una qualche forma di russofobia: la figura di Abdrazakov non porta soltanto con sè la bellezza dell’arte e di una grande dote qual è di fatto la sua voce, ma anche un –non proprio – velato messaggio politico piuttosto discordante con i principi della democrazia.
E se è vero che in alcuni casi può vigere il beneficio del dubbio in merito alle scelte culturali che un Paese compie, come nel caso delle critiche mosse a seguito della promozione di Beatrice Venezi a direttrice – anzi, direttore de La Fenice di Venezia, altre scelte intraprese sono in maniera più che evidente evitabili.
Non si tratta di censurare l’arte o la libertà di pensiero di un artista: in democrazia, idee e opinioni sono di rado un problema. Le azioni però, rimanendo in tema, sono tutt’altra musica.


