Il gruppo di ricerca della Venice School of Management di Ca’ Foscari ha analizzato le strategie climatiche adottate dalle imprese venete: la strada da percorrere verso mitigazione e adattamento è ancora lunga
Gli effetti del cambiamento climatico in corso sono ormai sotto gli occhi di tutti e i danni alle infrastrutture causati da eventi climatici sempre più estremi e le politiche ambientali più restrittive, unite all’aumento dei costi energetici, rappresentano una vera e propria sfida, anche piuttosto complessa, per il sistema produttivo italiano: le imprese sono sempre più chiamate a sviluppare strategie di mitigazione e adattamento, seppur con differenze significative a seconda del settore e della regione. Ma a che punto sono le imprese del Veneto? Uno studio del gruppo di ricerca della Venice School of Management dell’Università Ca’ Foscari di Venezia ha dato risposta a questa domanda.
Cambiamento climatico e imprese del Veneto: lo studio
Lo studio condotto dalla Venice School of Management si sviluppa nell’ambito del Partenariato esteso Grins, finanziato dal Programma nazionale ripresa e resilienza, il cosiddetto Pnrr, e si inserisce in un programma di ricerca che mira a supportare la creazione di valore a lungo termine nei territori e nei sistemi industriali attraverso la ricerca sulla sostenibilità aziendale. Nello specifico, il gruppo di ricerca veneziano, composto da Marco Fasan, Francesco Scarpa e Cristina Gianfelici e coordinato dalle professoresse Chiara Mio della Venice School of Management e Monica Billio del Dipartimento di Economia di Ca’ Foscari, ha analizzato le strategie climatiche adottate dalle imprese venete.

Il titolo dello studio è “Mitigazione e adattamento al rischio climatico e loro determinanti a livello di imprese – Il caso del Veneto”. I risultati della ricerca sono stati raccolti in un report disponibile sul sito della Fondazione Grins. Attraverso un questionario somministrato a un campione statistico di 2.032 imprese venete, la ricerca ha valutato il grado di consapevolezza dei rischi climatici e le strategie adottate per affrontarli.
Il campione preso a riferimento include aziende principalmente del settore manifatturiero (29%) ed edile (18%), distribuite nelle province di Treviso (22%), Vicenza (21%), Venezia (19%), Padova (16%), con una presenza minore nelle province di Belluno (4%) e Rovigo (2%). La maggior parte delle imprese coinvolte sono PMI con 10-49 addetti (77%) e 50-249 addetti (21%), mentre solo il 2% appartiene alla categoria delle grandi imprese con almeno 250 dipendenti.
La percezione del rischio climatico nelle aziende venete
Da quanto è emerso, la percezione dei rischi per la propria attività legati ai cambiamenti climatici è, utilizzando lo stesso termine presente nella ricerca, “abbastanza” diffusa tra le imprese venete (40,8%). In riferimento alla percezione dell’esposizione ai rischi climatici, infatti, il 49,6% delle imprese ritiene di avere un’esposizione bassa agli impatti climatici sulle proprie attività, mentre il 50,4% ha una percezione medio-alta.

In particolare, il rischio più avvertito è quello di transizione (40,2%), ovvero il rischio legato al passaggio verso un’economia a basse emissioni di carbonio e più resiliente ai cambiamenti climatici. Questo include rischi politici, giuridici, tecnologici, di mercato e reputazionali. Seguono i rischi fisici acuti (39,2%), derivanti da eventi meteorologici estremi come tempeste, inondazioni, incendi o ondate di calore. Più distanziati, infine, sono i rischi fisici cronici (29,4%), connessi ai cambiamenti climatici di lungo termine, come l’innalzamento del livello del mare, la riduzione della disponibilità di acqua, la perdita di biodiversità e le variazioni nella produttività dei suoli.

Investimenti green: l’impegno nel Veneto nel presente e per il futuro
Nel periodo 2021-2023, il 27% delle imprese ha investito per ridurre l’esposizione ai rischi di transizione, il 19% ha destinato risorse nella riduzione del rischio fisico acuto, mentre solo il 10% ha investito nella riduzione del rischio fisico cronico. Le intenzioni per il futuro mostrano un lieve incremento: gli investimenti previsti per il triennio 2024-2026, le percentuali salgono rispettivamente al 28,9% per i rischi di transizione, al 19,2% per il rischio fisico acuto e al 12,5% per il rischio fisico cronico.
Le strategie di riduzione del rischio fisico si concentrano principalmente su contratti di assicurazione contro i danni climatici (41,3% nel 2021-2023, previsto 34,8% nel 2024-2026) e su interventi di riorganizzazione operativa (34% nel 2021-2023, previsto 33,4% nel 2024-2026). Solo un’impresa su cinque sceglie invece di attuare interventi di trasformazione strategica, come la modifica del modello di business, la diversificazione della produzione o la rilocalizzazione delle attività.
Per quanto riguarda la gestione del rischio di transizione, oltre il 90% delle imprese ha adottato investimenti trasformativi volti a modificare i modelli di consumo di energia e risorse. Tra le principali iniziative emergono l’incremento dell’uso di fonti rinnovabili (36%) e la riduzione delle emissioni dirette di CO2 (23,6%).
Le quattro strategie climatiche: c’è chi aspetta e chi non perde tempo
Incrociando gli investimenti realizzati nel passato e quelli pianificati per il futuro, sono state identificate quattro categorie di strategie climatiche adottate dalle imprese venete. La prima è la strategia nominata “Wait-and-see” e adottata da quelle imprese che non hanno effettuato investimenti green e non ne effettueranno in futuro (la maggioranza, il 50,6%). La seconda riguarda quella delle cosiddette “Imprese proactive”, ovvero quelle imprese che hanno effettuato investimenti green e continueranno a effettuarli in futuro (22,9%). La terza riguarda i “Planner”, le imprese che non hanno effettuato investimenti green in passato, ma intendono investire in futuro (13,3%). L’ultima categoria è invece quella delle “Imprese foresighted”, che hanno effettuato investimenti green in passato, ma sono in attesa di futuri sviluppi senza pianificare altri investimenti (13,2%)
I dati, dunque, suggeriscono che le strategie climatiche sono influenzate dalla percezione del rischio: le imprese con un orientamento “wait-and-see” presentano una percezione più bassa del rischio rispetto a quelle con un orientamento “proactive”. Non solo: le strategie proactive risultano più diffuse tra le imprese che hanno adottato meccanismi di governance e organizzativi orientati alla sostenibilità, come la pubblicazione di un bilancio di sostenibilità, la presenza di un responsabile ambientale, l’adozione di politiche di remunerazione legate a obiettivi climatici, l’adesione al Global Compact delle Nazioni Unite e alla Science Based Targets Initiative e la formazione in tema di sostenibilità.
Perchè si investe green e quali sono gli ostacoli principali
Le principali motivazioni che hanno spinto le imprese del campione a effettuare investimenti green sono riconducibili a driver interni (54,8%), in particolare alla sensibilità dell’impresa (42,9%).
Tra i driver esterni (45,2%), invece, giocano un ruolo preponderante l’aumento dei prezzi dell’energia (14,7%), la pressione dei clienti (11,1%) e le normative ambientali sempre più stringenti (10,9%).
D’altro canto, gli ostacoli principali che frenano o rendono difficoltosi gli investimenti green riguardano i costi elevati (35,9%), le limitate disponibilità finanziarie (18,5%), l’incertezza sul futuro e le difficoltà di pianificazione (14,2%), oltre alla mancanza di competenze specifiche (10,2%).
L’analisi: il 50% delle imprese è consapevole dei rischi, ma non è pronta
I risultati dello studio cafoscarino evidenziano che il 50% delle imprese ha una percezione medio-alta dei rischi climatici, ma molte faticano a individuare risposte adeguate, spiegano i ricercatori del gruppo di lavoro.


“La ricerca ha importanti ricadute per le imprese del Veneto – commentano le professoresse Chiara Mio e Monica Billio – suggerendo che sono mediamente preparate a riconoscere i rischi climatici e a valutare gli impatti sulle proprie attività. Tuttavia, risulta che le imprese si trovano ancora nelle fasi iniziali del processo di adattamento e mitigazione ai cambiamenti climatici, privilegiando soluzioni protettive e di ottimizzazione operativa rispetto a cambiamenti strutturali più profondi. Pertanto, emerge la necessità di un supporto adeguato attraverso iniziative di formazione specifiche e strumenti operativi”.



