Lo studio dell’Ulss 3 Serenissima pubblicato su una rivista scientifica internazionale. Il caso di un adolescente seguito per anni tra Venezia e Mestre apre nuove prospettive per diagnosi, prevenzione e ricerca
Una scoperta scientifica nata dall’osservazione clinica di un adolescente e dal lavoro congiunto di audiologi e genetisti dell’Ulss 3 Serenissima potrebbe contribuire a cambiare la conoscenza di alcune forme di sordità ereditaria. I ricercatori dell’ospedale dell’Angelo di Mestre hanno infatti individuato una nuova variante genetica mai descritta prima in letteratura scientifica, capace di spiegare una forma di ipoacusia stabile e non degenerativa.
La storia: una mutazione individuata su un adolescente
La vicenda inizia quando il ragazzo è ancora molto piccolo. I genitori, entrambi perfettamente udenti, si accorgono che la sua capacità di percepire i suoni sta diminuendo e si rivolgono al Centro audiologico dell’ospedale Civile di Venezia. Qui il bambino viene seguito dalla professoressa Rosamaria Santarelli, direttrice dell’Unità di Audiologia e docente dell’Università di Padova, che gli diagnostica un’ipoacusia neurosensoriale bilaterale.
Con il passare degli anni, l’evoluzione del quadro clinico porta la specialista a sospettare un’origine genetica del problema. Per questo motivo il caso viene affidato al Laboratorio di Genetica e Citogenetica dell’ospedale dell’Angelo di Mestre, diretto dal professor Mosè Favarato.
Gli specialisti hanno analizzato il patrimonio genetico del ragazzo e dei suoi familiari più stretti, sequenziando 115 geni coinvolti nei meccanismi dell’udito. Le indagini hanno permesso di identificare una combinazione genetica mai osservata in precedenza.
Fino a oggi, le alterazioni del gene oggetto dello studio erano associate a forme gravi di sordità destinate a peggiorare progressivamente fino alla perdita quasi totale dell’udito. La nuova variante individuata a Mestre racconta invece una storia diversa: quella di una perdita uditiva moderata che, secondo le conoscenze attuali, dovrebbe rimanere stabile nel tempo.
“La funzione uditiva, in relazione al gene studiato, è garantita dalla sintesi di diverse proteine funzionali. In letteratura, fino ad oggi, erano state descritte anomalie di questo gene che distruggono completamente proprio le proteine capaci di garantire la normale funzione uditiva – spiega Favarato -. La combinazione genetica che ci siamo trovati davanti, mai descritta prima, assicura invece la piena funzionalità di una delle proteine sintetizzate dal gene: non cancella quindi completamente le proteine responsabili dell’udito, ma ne conserva una in grado di garantire la capacità uditiva residua del paziente. Questo spiega non solo la sua attuale condizione clinica (nell’ultimo decennio il paziente non si è aggravato rispetto al suo difetto uditivo), ma ci dà una previsione di quella futura: dal punto di vista dell’udito dovrebbe rimanere invariata e non sfociare in sordità profonda. Abbiamo quindi sequenziato una variante che identifica per la prima volta una tipologia di ipoacusia stabile, verosimilmente non degenerativa. Questa scoperta permetterà al giovanissimo paziente anche di fare prevenzione primaria sui propri futuri figli”.
La ricerca condotta a Mestre
La ricerca è stata pubblicata su Jalm (The Journal of Applied Laboratory Medicine), una delle riviste scientifiche internazionali di riferimento per la medicina di laboratorio. Lo studio è firmato, oltre che da Favarato e Santarelli, dai genetisti Dario Degiorgio, Elena Greco, Marianna Beggio, Edoardo Peroni e Giulia Favretto e dagli specialisti otoneurologi Erennio Natale, Cristina Gondiu, Elona Cama e Pietro Scimemi.
Secondo la professoressa Santarelli, il caso rappresenta soltanto il primo risultato di un percorso di collaborazione destinato a produrre ulteriori sviluppi scientifici. “Questa è solo la prima pubblicazione scientifica di molte altre che arriveranno, nata dalla collaborazione virtuosa tra l’Audiologia di Venezia e il Laboratorio di Mestre, che si è attivato anche sulla genetica delle ipoacusie – dice Santarelli -. Basti pensare che nell’ultimo periodo il nostro centro ha già inviato al laboratorio oltre 200 pazienti con ipoacusia e loro familiari, provenienti quasi tutti da fuori regione (sia Nord, che Centro che Sud Italia), segno della grande attrattività dei nostri servizi. Lo facciamo perché il 70% delle ipoacusie infantili sono di origine genetica. E la perdita uditiva, come riscontrato anche nel nostro caso di studio, non insorge necessariamente alla nascita. D’altra parte, la maggior parte delle ipoacusie genetiche dell’infanzia viene trasmessa con modalità autosomica recessiva. Questo significa che in famiglia spesso non sono presenti altri casi di perdita uditiva e che i genitori sono portatori sani. Pertanto, in tutti i casi di ipoacusia isolata dell’infanzia è indispensabile l’indagine genetica”.


Oltre al valore diagnostico, la scoperta apre prospettive importanti anche sul fronte della prevenzione e della consulenza genetica per le famiglie. “Questo è uno studio di cui siamo enormemente orgogliosi, che impatterà significativamente sul futuro del paziente e sui membri della sua famiglia – dice Chiara Bovo, direttrice sanitaria dell’Ulss 3 Serenissima -, e nel caso il paziente voglia avere dei figli, questa scoperta è fondamentale anche per l’eventuale pianificazione familiare, a partire dal counseling genetico. Ma lo studio che è stato fatto è un primo passo anche per lo sviluppo di future terapie geniche. E questo giovane paziente, che ha accettato generosamente insieme alla famiglia di diventare con il suo patrimonio genetico anche un caso studio, ha colto la grande importanza del lavoro che è stato fatto sia per la sua condizione clinica, che per la Comunità scientifica internazionale”.
Per i ricercatori veneziani e mestrini si tratta dunque di un risultato che va oltre il singolo caso clinico. La nuova variante genetica individuata potrebbe infatti contribuire a ridefinire la classificazione di alcune forme di sordità ereditaria e offrire nuove informazioni utili alla ricerca internazionale sulle malattie dell’udito e sulle future terapie genetiche.
Stefani: “Congratulazioni a tutti coloro che hanno preso parte al successo di questa ricerca”
“Con la ricerca si definiscono le prospettive della terapia e delle buone pratiche cliniche che serviranno in tutto il mondo. È per questo che si prova sempre grande soddisfazione quando il lavoro dei nostri professionisti della sanità veneta trova successo sulle più prestigiose pubblicazioni scientifiche internazionali. Esprimo le più sentite felicitazioni alla professoressa Rosamaria Santarelli, primaria del Centro Audiologico dell’Ospedale dell’Angelo di Mestre, e al dottor Mosè Favarato, collega alla guida del Laboratorio di Genetica e citogenetica, per la scoperta di una nuova causa genetica di sordità”. Sono del parole del presidente della Regione del Veneto, Alberto Stefani, che ha appreso la notizia.
“Estendo le congratulazioni a tutti coloro che, a qualunque titolo, hanno preso parte al successo di questa ricerca – aggiunge il Presidente -. È la prova non solo dell’altissimo livello professionale che sostiene la nostra sanità ma anche di come le più diverse strutture sappiano dialogare e fare sinergia con il solo obbiettivo di dare una risposta ai pazienti. Le equipe dell’Angelo si sono misurate con una variante genetica sconosciuta ma in grado di svelare ulteriori quadri clinici, dando nuove spiegazioni. Ne siamo molto orgogliosi”.



