Si svolgerà domani la pre-apertura della 61ª Esposizione Internazionale d’Arte che porta il nome di Koyo Kouoh, la curatrice scomparsa prematuramente nel maggio 2025.
Con il pieno sostegno della famiglia, La Biennale di Venezia ha scelto di realizzare la Mostra esattamente secondo il progetto da lei ideato, preservando e diffondendo un pensiero curatoriale che negli ultimi anni aveva ridefinito il modo di intendere l’arte contemporanea nel mondo. Nominata Direttrice del Settore Arti Visive nel novembre 2024, Kouoh aveva già completato il suo impianto curatoriale: testo teorico, artisti, opere, catalogo, identità grafica, architettura degli spazi. Un lavoro avanzato, frutto di un dialogo costante con gli artisti invitati e di una visione che oggi risuona ancora più forte.
Il titolo scelto, In Minor Keys, è quello che Koyo aveva trasmesso al Presidente della Biennale l’8 aprile 2025. Un titolo che parla di tonalità minori, di ascolto, di vibrazioni sottili: un invito a rallentare e a percepire ciò che spesso resta ai margini.
Il team che porta avanti la sua visione
A presentare oggi il progetto, a Ca’ Giustinian, sono stati i membri del team che Koyo stessa aveva selezionato: Gabe Beckhurst Feijoo, Marie Hélène Pereira, Rasha Salti (advisor), Siddhartha Mitter (editor-in-chief) e Rory Tsapayi (assistente alla ricerca). Sono loro ad aver custodito e sviluppato l’eredità curatoriale di Kouoh, proseguendo il lavoro iniziato insieme a Dakar nell’aprile 2025, durante un incontro simbolico ospitato da RAW Material Company, il centro culturale fondato dalla curatrice.
Il team, distribuito tra Londra, Dakar, Berlino, Beirut, Marsiglia, Città del Capo e New York, ha continuato a lavorare nei mesi successivi attraverso riunioni online, seminari a Venezia e incontri a Dakar. Un processo collettivo, intenso e transcontinentale, che ha permesso di mantenere intatta la struttura curatoriale immaginata da Kouoh.
Buttafuoco: “Un’arte che ci riporta all’essenziale”
È una Mostra permeata di spirito, di una sacralità che rimette al centro la persona, che ritrova il senso dello stare al mondo riprendendo le misure, rispetto agli elementi della terra, e guardando di nuovo il cielo. Un percorso, quello di Koyo Kouoh, che recupera i rapporti umani, nati nei cortili e nel vicinato urbano. Le piccole cose, che sono grandi. La dimensione umana, misura di tutto, che una parte di mondo, quello più opulento e sazio, identificato nella parola “Occidente”, da tempo ha perso di vista, smarrito. Giunge quindi dalla dinamo dell’Africa, e da una delle sue voci più importanti il sussurro che ci riconduce all’essenziale, che ravvisa nell’uso delle nostre stesse mani la condizione più felice. Una rivelazione che ci riporta a terra, al nostro corpo, ai nostri sensi. All’umiltà verso ciò che è più grande e non va spiegato, solo intuìto”.
La Mostra: 110 artisti, geografie relazionali e mondi che si incontrano
Sono 110 gli artisti, collettivi e organizzazioni selezionati da Kouoh. Una costellazione globale che attraversa Salvador, Dakar, San Juan, Beirut, Parigi, Nashville e molte altre città, costruita non per aree geografiche ma per risonanze, affinità e convergenze tra pratiche anche lontane.
Il cuore concettuale della Mostra si articola in motivi che emergono dalle opere stesse:
– l’incantamento come antidoto al cinismo;
– la fecondità e la generatività come pratiche collettive;
– il riposo come spazio politico e spirituale;
– le “Scuole” come ecosistemi di apprendimento e autonomia;
– le processioni come linguaggio spaziale dinamico e comunitario.
Tra i riferimenti letterari che hanno accompagnato Kouoh, compaiono Toni Morrison e Gabriel García Márquez, con i loro mondi sospesi tra memoria, magia e storia.
“Are”: gli altari della Mostra
La Sala Chini introduce la sezione Are (“Shrines”), dedicata a due figure centrali per Kouoh:
Issa Samb, artista e poeta senegalese, e Beverly Buchanan, scultrice statunitense legata alla Land Art e alle memorie irrisolte del Sud degli Stati Uniti.
Entrambi privilegiavano la forza generativa dell’arte rispetto alla sua oggettualità. Entrambi hanno influenzato profondamente la visione curatoriale di Koyo.
Processioni, scuole, oasi: una geografia emotiva
Il motivo della processione, ispirato alle coreografie afroatlantiche, invita il pubblico a unirsi al movimento. Le “Scuole” diventano luoghi di apprendimento e rigenerazione, mentre giardini creoli e cortili evocano spazi di autosufficienza e resistenza.
La Mostra si interroga anche sulla possibilità di sottrarsi all’impulso enciclopedico per lasciare spazio al riposo, alla contemplazione, all’ascolto profondo. Installazioni multisensoriali favoriscono la rêverie e l’incantamento, restituendo un progetto che intreccia collaborazione, generosità e fiducia nella nostra umanità.
Le performance: il corpo come archivio vivente
Il programma performativo mette al centro il corpo come luogo di conoscenza e memoria. Nei Giardini della Biennale si terrà una processione di poeti ispirata al Poetry Caravan, il viaggio che Kouoh compì nel 1999 da Dakar a Timbuktu con nove poeti africani.
Un omaggio ai griot, custodi delle storie del popolo, e alla stessa Koyo, che ha sempre considerato la parola un luogo di guarigione collettiva.



