Il Dipartimento di Statistica dell’Università di Padova e la Camera di Commercio di Padova hanno analizzato, attraverso i dati, l’impatto dell’inverno demografico sul mercato del lavoro in Veneto
Dallo studio è emerso che in Veneto, nel 2045, ci saranno 79 potenziali pensionati ogni 100 lavoratori, quasi il doppio rispetto a oggi (43 ogni 100). Un cambiamento demografico rapido e profondo, destinato a ridisegnare il volto del mercato del lavoro e della società veneta nei prossimi vent’anni.
Questo è quanto emerge dai dati presentati dal professor Gianpiero Dalla Zuanna, del Dipartimento di Scienze Statistiche dell’Università di Padova, nel corso del convegno “Demografia e lavoro in Italia e nel Veneto”, promosso in collaborazione con la Camera di Commercio di Padova, Venicepromex e Neodemos.
«Questa giornata fa seguito alla due giorni di analisi e approfondimenti dello scorso anno ad Abano Terme. L’obiettivo comune è offrire elementi di lettura su un tema centrale per l’economia del nostro territorio, perché già oggi le imprese fanno i conti con la difficoltà di reperire il personale», spiega Antonio Santocono, Presidente della Camera di Commercio di Padova.
Oggi gli over 65 in Veneto sono 1,2 milioni su una popolazione complessiva di 4,8 milioni. Entro vent’anni, secondo le proiezioni, diventeranno 1,65 milioni. Un invecchiamento costante accompagnato da un saldo naturale negativo, ovvero -20mila persone in meno ogni anno tra nati e morti, e da un calo del saldo migratorio: se nel 2004 la differenza tra immigrazione ed emigrazione era di +48mila unità, oggi si ferma a +9mila.
Secondo le nuove proiezioni Istat sulle forze di lavoro al 2050, il Veneto perderà in media 15 mila lavoratori all’anno nei prossimi 25 anni. Un trend che, come avverte il demografo Gianpiero Dalla Zuanna, rischia di ridisegnare in profondità il mercato del lavoro regionale.
«Nei prossimi dieci anni – ha affermato dalla Zuanna – una buona metà dei nuovi pensionati avrà ancora, al massimo, la licenza media inferiore, mentre l’80% dei nuovi lavoratori saranno diplomati o laureati. Quindi, se sarà possibile “sostituire” con nuovi lavoratori i neopensionati istruiti, sarà molto difficile “sostituire” quelli meno istruiti. “
Inoltre ha aggiunto: “Questi cambiamenti si realizzeranno in tutto il Veneto, ma saranno ancora più intensi nelle zone meno ricche e produttive della regione – come le province di Rovigo e di Belluno, la bassa pianura delle province di Verona, Vicenza e Padova; le alte colline e le montagne del Vicentino, del Trevigiano e del Veronese – dove già oggi la popolazione è assai più vecchia rispetto alla media regionale».
Secondo Dalla Zuanna il sistema produttivo del Veneto «difficilmente sarà in grado di assorbire tale diminuzione di lavoratori». «È illusorio – ha continuato – pensare che l’automazione e l’intelligenza artificiale possano “sostituire” i lavoratori mancanti. Questo potrà accadere in alcuni settori, ma certamente non in altri.” Un margine di azione, spiega, può arrivare dal maggiore impiego di donne, giovani e pensionati, ma anche in questo caso l’impatto sarà limitato. «Molte donne adulte e anziani in buona salute sono già oggi impegnati in lavori di cura non retribuiti».
La soluzione, secondo Dalla Zuanna, passerà necessariamente da tre fronti: frenare la fuga dei giovani, mitigare gli effetti dell’invecchiamento e favorire ingressi ordinati di nuovi immigrati. «Nei prossimi due decenni – conclude – l’arrivo di manodopera straniera, soprattutto per i lavori manuali, sarà inevitabile».
L’appuntamento ha visto anche gli interventi di Massimo Livi Bacci, docente dell’Università di Firenze, Bruno Anastasia, economista e ricercatore, e Alessandra Minello, del dipartimento di Scienze Statistiche dell’Università di Padova.
Due diverse tavole rotonde hanno messo a confronto relatori e operatori economici rappresentanti del mondo dell’impresa del Veneto.


