La proposta di legge sugli interporti, attualmente alla terza lettura alla Camera, apre un fronte di polemiche e preoccupazioni
Secondo una relazione tecnico-giuridica commissionata dalla Camera di Commercio di Padova, il testo della proposta di legge sugli interporti presenta “possibili profili di conclamata illegittimità costituzionale” e necessita di profonde correzioni prima dell’approvazione definitiva.
L’analisi, redatta dallo studio legale Donativi e Associati, è stata al centro di un seminario organizzato a Milano con la partecipazione delle Camere di Commercio di Padova e Milano, di Confindustria Trasporti, Logistica e Industria del Turismo e della Cultura, di Fermerci e di Assologistica. Da Padova, sede del secondo interporto italiano con 45 milioni di capitale sociale, arriva un appello forte: “Fare rete per avviare tutte le iniziative istituzionali e politiche necessarie a chiedere una revisione della legge in difesa del sistema economico”.
Il nodo principale riguarda il comma 2 dell’articolo 5. La norma, se interpretata in senso letterale, obbligherebbe i gestori degli interporti già operativi a farsi carico, anche con risorse proprie, della costruzione di nuovi scali e dell’adeguamento strutturale di quelli esistenti. Un’ipotesi che, secondo i giuristi, rischia di comprimere la libertà di iniziativa economica sancita dall’articolo 41 della Costituzione e di violare anche i principi di uguaglianza e parità previsti dagli articoli 3, 42 e 47.
Secondo il parere tecnico, il testo si tradurrebbe inoltre in una discriminazione nei confronti dei gestori, costretti a sostenere oneri non previsti per altri operatori della logistica e dei trasporti. Non solo, potrebbe rendere più complessa la raccolta di capitali privati e perfino precludere la possibilità di quotazione nei mercati regolamentati.
“Questa legge introduce un approccio dirigista che mina alle fondamenta la libertà di iniziativa economica – dichiara il presidente della Camera di Commercio di Padova e di Unioncamere Veneto Antonio Santocono–. Imporre agli attuali gestori di finanziare e realizzare nuove infrastrutture senza alcuna garanzia di ritorno economico significa scoraggiare gli investimenti, ridurre la competitività del settore e penalizzare territori come il nostro che hanno saputo sviluppare modelli virtuosi di interporto. Chiediamo quindi a Parlamento e Governo un intervento correttivo immediato”.
Santocono denuncia anche il rischio di disparità: “La norma colpisce in modo sproporzionato i gestori esistenti, lasciando invece esenti altri soggetti che operano nella logistica. Così si mortifica il ruolo delle eccellenze consolidate e si mettono a repentaglio posti di lavoro e progetti di sviluppo sostenibile che in molti interporti italiani hanno già dimostrato di saper realizzare”.
Il testo di legge, approvato in commissione Trasporti della Camera, prevede la definizione di una rete nazionale degli interporti come infrastruttura strategica di interesse pubblico, fissandone il numero massimo a trenta e affidando al Ministero delle Infrastrutture, insieme a un Comitato nazionale per l’intermodalità, poteri di indirizzo e programmazione.
Un impianto giudicato eccessivamente centralista dalle realtà economiche coinvolte, che chiedono una revisione radicale per non penalizzare i modelli virtuosi e per garantire al comparto logistica e trasporti un futuro competitivo.



