Con l’avvicinarsi delle festività natalizie aumenta anche il rischio di usura. È quanto emerge dai dati della Cgia di Mestre, che mette in guardia sui pericoli legati al periodo natalizio
Tra regali, cene, incontri familiari e spese, molte famiglie italiane fanno più fatica a sostenere i costi delle feste e si rivolgono con maggiore frequenza a prestiti personali, finanziamenti a consumo, formule “buy now, pay later” e rateizzazioni. Una tendenza che coinvolge anche artigiani e piccoli commercianti, categorie che – a differenza dei dipendenti e dei pensionati – non possono contare su entrate fisse o sulla tredicesima.
Secondo la Cgia di Mestre, la pressione sociale e il desiderio di non deludere le aspettative alimentano un circolo che, in alcuni casi, porta ad assumere debiti non sostenibili e ad affidarsi a forme di credito anche illegali. Un fenomeno che, come ogni anno, torna a intensificarsi con l’arrivo del Natale e che richiede la massima attenzione da parte delle istituzioni e dei cittadini.
In aumento le aziende insolventi
Alla tradizionale impennata del rischio usura durante il periodo natalizio si affianca un altro campanello d’allarme per il mondo delle piccole imprese: l’aumento delle insolvenze. I dati più recenti mostrano infatti come molti artigiani, commercianti e piccoli imprenditori stiano affrontando una crescente mancanza di liquidità .
Dopo la contrazione registrata negli anni del covid, il numero delle aziende in sofferenza è tornato a salire negli ultimi due anni. Al 30 giugno 2025, in Veneto, le attività hanno raggiunto quota 8.585, con un incremento del 4,8% rispetto allo stesso periodo del 2024. Tra le regioni del Nord soltanto la Valle d’Aosta ha registrato un aumento percentuale più elevato.
La maggior parte delle posizioni insolventi riguarda lavoratori autonomi, artigiani, esercenti e piccoli commercianti che, scivolati nell’area dell’insolvenza, sono stati segnalati dagli intermediari finanziari alla Centrale dei rischi della Banca d’Italia.
Rovigo e Padova guidano l’aumento delle imprese insolventi
Secondo i dati aggiornati al 30 giugno, infatti, è Padova a registrare il numero più alto di aziende insolventi con 1.850 attività . Seguono: Verona con 1.658, Vicenza con 1.637 e Treviso con 1.447 imprese. Sul fronte della crescita percentuale delle insolvenze rispetto allo stesso periodo del 2024, i numeri più preoccupanti arrivano da Rovigo, che segna un incremento del 13,4%, e da Padova, con un aumento dell’11,2%.
Molte aziende insolventi anche perché non pagate
Finire nella black list della Centrale dei Rischi significa, per molte imprese, non poter più accedere al credito bancario. Una condizione che aumenta il rischio di chiusura e, nei casi più estremi, spinge alcuni imprenditori verso circuiti di prestito illegale. Per questo la Cgia torna a sollecitare il rafforzamento del “Fondo di prevenzione dell’usura“, considerato l’unico strumento realmente efficace per aiutare chi si trova in condizioni di particolare vulnerabilità .
Bisogna però ricordare che le segnalazioni alla Centrale dei Rischi non sono sempre dovute a una cattiva gestione aziendale. Molti piccoli imprenditori finiscono registrati come insolventi non perché incapaci di amministrare le proprie finanze, ma perché non vengono pagati con regolarità  dai loro committenti o rimangono coinvolti nei fallimenti di altre aziende. Situazioni che creano gravi difficoltà di liquidità e che spesso sfociano in insolvenze non imputabili alla volontà o alla capacità dell’imprenditore.
Il rischio usura si espande anche a causa della stretta creditizia
Secondo l’analisi della Cgia, – ad eccezione degli anni della pandemia -dal 2012 ad oggi i finanziamenti bancari alle aziende della regione hanno subito un crollo significativo. Dai quasi 100 miliardi di euro di prestiti attivi registrati a fine 2011, si è scesi a poco più di 60 miliardi nel giugno 2025: una riduzione di 40 miliardi, pari al -39% in poco più di tredici anni.
A pagare il prezzo più alto sono state le microimprese con meno di 20 dipendenti, che hanno visto dimezzarsi i finanziamenti: da 21 miliardi a meno di 10. Un trend dovuto a diversi fattori, tra cui gli effetti della crisi dei debiti sovrani del 2012-2013, le restrizioni imposte dalla Banca Centrale Europea per contenere la crescita dei crediti deteriorati e, in misura minore, il calo della domanda di finanziamenti.
A incidere è stata anche la chiusura di importanti istituti locali come Veneto Banca e la Popolare di Vicenza, che ha ulteriormente ridotto la capacità del territorio di sostenere il tessuto produttivo. Secondo la Cgia, la contrazione del credito ha finito per “spingere” – seppur involontariamente – molti lavoratori autonomi e piccoli imprenditori in difficoltà verso canali di finanziamento illegali. Un fenomeno che, nei momenti di crisi, trova terreno fertile nelle organizzazioni criminali desiderose di reinvestire i proventi delle proprie attività .


