I disturbi alimentari sono in continuo aumento tra i giovanissimi, anche in seguito alle conseguenze psicologiche del Covid. Nel 2022-2023 la Regione Veneto ha registrato 1.350 prime visite, 3.000 pazienti seguiti, 1.000 ricoveri e 350 accessi al Pronto Soccorso.
I tempi di insorgenza sono sempre più anticipati tanto da colpire ragazzini e ragazzine di 10-12 anni con la concreta possibilità, secondo gli esperti, che l’età nel prossimo futuro diminuisca maggiormente. Ne soffrono 3 milioni in Italia (circa il 5% della popolazione) e le statistiche indicano che l’8-10% di ragazze e lo 0,5-1% di ragazzi affrontano disturbi come anoressia o bulimia.
E’ questo il punto di partenza per approfondire e affrontare il problema, che è stato anche al centro di un convegno con esperti organizzato dalla Casa di Cura Villa Santa Chiara nei giorni scorsi a Quinto di Vapantena, in provincia di Verona. Ne è emerso che la chiave per intervenire è una terapia multidisciplinare, che riguarda non solo il paziente ma anche i genitori. “Coinvolgere la famiglia, in particolare i genitori, nel percorso terapeutico dei figli affetti da disturbi alimentari è essenziale, e spesso implica un processo di introspezione e lavoro su sé stessi – ha spiegato la dott.ssa Maria Zaccagnino, Supervisore e Facilitor EMDR, Direttore Scientifico del Centro di Terapia EMDR per l’Anoressia di Milano -. Disturbi come l’anoressia, la bulimia nervosa o l’alimentazione incontrollata, che colpiscono soprattutto gli adolescenti, sono spesso manifestazioni di disagi emotivi profondi che interessano l’intero sistema familiare. Ridurre il problema al semplice “non mangia perché vuole essere magra” è una visione superficiale: è fondamentale comprendere il significato più profondo del disturbo alimentare (DCA), le sue radici, le cause, i fattori scatenanti e quelli che ne perpetuano la presenza. Non si tratta di cercare colpe o intenzioni, ma di riconoscere un dolore che necessita di essere affrontato e curato, richiedendo un lavoro attivo anche da parte dei genitori. In molti casi, questi disagi trovano origine in traumi generazionali non elaborati, che vengono trasmessi inconsciamente alle nuove generazioni”.

La dott.ssa Zaccagnino ha evidenziato il “ruolo cruciale dei genitori dei pazienti con disturbi del comportamento alimentare, prendendosi cura dei loro vissuti. Includere i genitori nel percorso terapeutico non significa solo supportare il singolo paziente, ma intervenire sull’intero sistema familiare, portando beneficio a tutti i suoi componenti. In molte famiglie esistono situazioni di sofferenza latente, non affrontate né curate, che continuano a influenzare negativamente la dinamica familiare e il percorso di guarigione”.
Il dott. Marco Bortolomasi, psichiatra e primario della Casa di Cura Villa Santa Chiara, ha spiegato che “il progetto formativo “Disturbi del comportamento alimentare” è stato ideato per offrire una formazione specifica e avanzata alle figure professionali che costituiscono l’équipe multidisciplinare nei percorsi di cura dei disturbi della nutrizione e dell’alimentazione. Professionisti altamente qualificati come psichiatri, psicologi, nutrizionisti o dietisti, e, nei casi più gravi, anche educatori, lavorano in sinergia, confronto e dialogo per affrontare queste patologie”. Il ciclo di incontri è stato realizzato grazie ai fondi economici messi a disposizione dal programma biennale “contrasto dei disturbi della nutrizione e alimentazione” della Regione Veneto.
“Il coinvolgimento di diversi attori è cruciale nel trattamento dei pazienti affetti da disturbi alimentari, soprattutto nei casi di maggiore gravità – ha sottolineato la dott.ssa Alessandra Minelli, psicologa e psicoterapeuta, professore associato di psicobiologia – Dipartimento di Medicina Molecolare e Traslazionale dell’Università di Brescia -. Non si può prescindere dal contributo di una rete composta da professionisti altamente specializzati e dalle famiglie stesse. La sfida più grande consiste nel creare una sinergia efficace tra i vari membri dell’équipe multiprofessionale, favorendo una comunicazione costante e una visione condivisa del percorso terapeutico. Prevenzione, diagnosi precoce, e un approccio che includa il paziente e il suo contesto familiare sono le chiavi per affrontare in modo efficace questi disturbi”.


