Dieci psicologi rispondono via social alle lettere che arrivano dai due Comuni veneti. Giada Beltrame racconta la sua idea: “Volevo ridurre la distanza tra social e realtà”
Si è laureata in Digital Copywriting soltanto due anni fa e non ha certo perso tempo: Giada Beltrame, 22 anni, è una promettente social media manager del Veneto, ma è anche la mente dietro al progetto “Io ci sono”, un’iniziativa in cui social e mondo reale si intrecciano, dando vita a luoghi di ascolto e di condivisione, lontano dagli standard di superficialità e apparenza a cui siamo abituati quando pensiamo a certe piattaforme digitali.
“Tra social e realtà, a volte, c’è una grande distanza – spiega Beltrame –. Quello che volevo era far cambiare la visione che molti hanno di questi strumenti digitali, rendendoli utili a scopi più grandi e in modo concreto”. E così ha fatto: l’idea è nata in modo embrionale proprio all’indomani della sua laurea, ma ha già trovato l’appoggio e il supporto di due Comuni veneti, Corbola e ora anche Cavarzere, dove l’iniziativa è presente al piano terra della Biblioteca comunale.


Ma in che cosa consiste esattamente? Nel territorio comunale aderente all’iniziativa vengono appese delle cassette delle lettere molto speciali, dove ognuno ha la possibilità di imbucare in forma completamente anonima esperienze difficili, dubbi o domande, senza sentirsi giudicato, da condividere con un team di psicologi, pronti a rispondere, fare chiarezza e approfondire sui canali social del progetto (attualmente Instagram e Facebook) i temi affrontati nelle lettere dei cittadini. L’iniziativa è gratuita e rivolta soprattutto ai giovani, ma la casella postale è aperta a tutti.
Abbiamo voluto approfondire l’argomento proprio con la sua ideatrice.
Giada Beltrame: “Grande bisogno di raccontarsi e di essere ascoltati: così aiutiamo giovani e non solo”
Dalla laurea a un progetto tanto ambizioso. Come è arrivata quest’idea nel territorio?
“Dopo aver pensato al progetto ho incominciato a proporlo ai Comuni. Un po’ alla volta ha iniziato a svilupparsi, anche grazie a un team di psicologi che mi ha dato appoggio affinché diventasse un qualcosa di serio e professionale”.
È stato semplice?
“Non è stato proprio semplice. Quelli legati alla salute mentale sono sempre progetti molto delicati, per cui ho incominciato a cercare delle associazioni e dei liberi professionisti del settore che potessero sostenere la mia idea, personalità magari anche già attive nei social, con cui fosse possibile instaurare un rapporto digitale di supporto per chi ne avesse bisogno”.
“Ad oggi, insieme all’associazione Adagio, sono più di dieci i professionisti che collaborano con “Io ci sono”.
Come mai proprio questo settore per ridurre la distanza tra social e realtà?
“Ho pensato fosse importante trasmettere un messaggio chiaro, soprattutto ai giovani che fruiscono più di tutti di questi strumenti: non sempre ciò che si vede sui social è la realtà e spesso alcune informazioni veicolate dai social non sono nemmeno così chiare: nel mio lavoro cerco sempre di diffondere la consapevolezza digitale e l’eticità della comunicazione.
“Molti si sentono incompresi e soli, anche per colpa dei social: dare aiuto a chi attraversa problemi reali della vita attraverso questi strumenti era un buon modo per mettere in collegamento i due mondi”.

C’è un’emozione o un sentimento più comune tra le lettere arrivate finora?
“Non proprio, ma ciò che è emerso chiaramente è il bisogno di raccontarsi, non solo da parte dei più giovani. (ndr. Beltrame sorride). Questa parte mi piace un sacco, perché fa risaltare proprio l’essenza dei social, che è quella del raccontare la propria storia, ma evidenzia anche il bisogno più profondo che c’è dietro a tutto questo, che è quello di essere ascoltati e capiti”.
“Le parole chiave del progetto “Io ci sono” sono sicuramente ascolto, empatia, sensibilizzazione e trasparenza”.
Trasparenza, in che misura?
“Nella misura in cui in questo progetto non c’è niente di costruito, niente di nascosto: dalle lettere che riceviamo alle risposte dei professionisti, è tutto trasparente, è esattamente ciò che è”.
E sta funzionando?
“Il progetto è molto sentito, persino al di fuori dei territori comunali in cui si trova: ricevo messaggi da persone che abitano anche in altre regioni d’Italia e che chiedono come è possibile avviare il progetto anche nei loro territori o se è possibile rispondere lo stesso alle loro domande. Anche a Corbola e Cavarzere il riscontro è molto positivo”.
Magari un giorno diventerà un progetto a livello nazionale. Che ne pensa?
“Se mi piacerebbe? Assolutamente sì. Sono molto ambiziosa e credo che questa iniziativa abbia davvero molto da offrire a tutti”.


