Commissionata da TBA21–Academy, la mostra otras montañas, las que andan sueltas bajo el agua è aperta al pubblico dal 5 aprile al 2 novembre 2025
otras montañas, las que andan sueltas bajo el agua [altre montagne dissolte sotto l’acqua] è la nuova mostra presentata da TBA21–Academy e ospitata negli spazi di Ocean Space nella Chiesa di San Lorenzo a Venezia.
Il progetto segna il decimo anniversario di The Current, il programma curatoriale di fellowship di TBA21–Academy. La mostra, diretta dalla curatrice dominicana Yina Jiménez Suriel, unisce due nuove commissioni site-specific delle artiste Nadia Huggins (Trinidad e Tobago, 1984) e Tessa Mars (Haiti, 1985).
TBA21–Academy è una piattaforma di ricerca che nasce per promuovere un approccio interdisciplinare al rapporto con l’oceano e l’ecologia, unendo la produzione artistica alla difesa dell’ambiente. Ocean Space, sede veneziana del progetto, dal 2019 si occupa di ricerca per incentivare l’alfabetizzazione critica sugli oceani, promuovendo l’impegno e le azioni collettive sulle tematiche oceaniche più urgenti.
L’iniziativa The Current nasce con l’obiettivo di innescare collaborazioni interdisciplinari tra arte, scienza, politica, conservazione ed educazione. Il progetto favorisce lo scambio di idee sulle ecologie oceaniche, creando profonde connessioni con le comunità locali e generando dibattiti legati ai mondi acquatici. Ogni progetto, della durata di tre anni, si conclude con l’esposizione nella suggestiva Chiesa di San Lorenzo a Venezia.
otras montañas, las que andan sueltas bajo el agua
Quest’anno, ad abitare gli spazi di Ocean Space, la mostra otras montañas, las que andan sueltas bajo el agua [altre montagne dissolte sotto l’acqua]. La mostra conclude il progetto di ricerca triennale della curatrice Yina Jiménez Suriel incentrato sulla regione insulare dei Caraibi.
“Ci siamo chieste come affrontare il nostro rapporto con l’oceano – afferma la curatrice durante la conferenza stampa di presentazione dell’esposizione -. Abbiamo analizzato e esercitato strategie e strumenti legati alla vita quotidiana che ci aiutassero a percepire in modi alternativi questo rapporto“.
La pratica curatoriale di Jiménez Suriel si fonda sulla ricerca interdisciplinare, sviluppandosi intorno alla costruzione dell’immaginario collettivo, ai processi emancipatori contemporanei e alla riconciliazione con il movimento costante, un’ idea “strettamente connessa con l’oceano”.
Con il ciclo The Current IV: Caribbean, otras montañas, las que andan sueltas bajo el agua [altre montagne dissolte sotto l’acqua] la curatrice ha voluto contribuire ai processi emancipatori della regione caraibica e del suo popolo. Lo studio, infatti, prende vita dall’identificazione e approfondimento delle strategie e strumenti estetici generati dall’esperienza dei Maroon nei Caraibi.
L’improvvisazione-freestyle: uno strategico strumento estetico
Concentrandosi sulle pratiche artistiche legate alla conservazione degli oceani, la mostra esplora la tecnica dell’improvvisazione-freestyle “sia come strumento che come strategia” in grado di sfidare le prospettive terrestri e ridefinire sistemi alternativi di supporto alla vita che siano in grado di vivere in armonia con l’ambiente, riconfigurando il rapporto tra uomo e sistemi ecologici.
“Ci siamo concentrati sul freestyle come strumento estetico strategico in grado di innestare nuove fantasie”, spiega Jiménez Suriel. Funzionando sia come strumento che come strategia, l’improvvisazione-freestyle è in grado di smantellare le fossilizzate strutture di soggettivazione collettiva per trasformarle in qualcosa di nuovo. In tal senso la mostra è pensata come una pratica, “non solo qualcosa che si vede, ma come qualcosa che possiamo sentire, interagendo con le opere: rendendoci conto che siamo parte del cambiamento, ma anche parte del problema“, commenta la curatrice.
A shipwreck is not a wreck
L’ala est della Chiesa di San Lorenzo ospita la video installazione ‘A shipwreck is not a wreck’ dell’artista caraibica Nadia Huggins. Nell’opera, l’artista esplora il potenziale dell’improvvisazione-freestyle come strumento per interagire con la percezione umana.

L’installazione rappresenta lo scheletro di un relitto, che evoca allo stesso tempo la struttura ossea di una balena, e cerca di raggiungere le persone attraverso l’immaginazione assurda che genera l’oceano. All’interno della struttura, troviamo degli schermi che riproducono le immagini dei fondali marini e i loro abitanti immortalate dall’artista.
L’idea, spiega Huggins, “nasce durante una discussione sulla schiavitù e i naufragi avvenuti durante le tratte oceaniche che portavano gli schiavi nella zona caraibica. La volontà, lontana dal desiderio di romanticizzare tali catastrofi, è quella di preservare l’identità culturale di questi popoli e la loro storia, permettendo una riflessione anche sulla nostra attuale società e il suo rapporto con l’ambiente”.
Lavorando sul tema ambientale, l’artista decide di creare una video installazione in grado non solo di aiutare ad aumentare la consapevolezza delle crisi ambientali di cui siamo responsabili, ma anche di generare auto-consapevolezza su noi stessi. “Per accedere all’immaginario di ciò che siamo e di ciò che possiamo diventare, è necessario metterci in posizioni scomode”, afferma Huggins.


![Nadia Huggins, “A shipwreck is not a wreck”, 2025. Vista della mostra “otras montañas, las que andan sueltas bajo el agua” [altre montagne, dissolte sotto l’acqua]“, Ocean Space, Venezia. Commissionata da TBA21–Academy. Foto: Jacopo Salvi](https://www.ultimaoralive.it/wp-content/uploads/2025/04/E5A7872-683x1024.jpg)
L’installazione infatti, situa il pubblico sotto lo scheletro del relitto, costringendo a “guardare da sotto” assumendo una nuova prospettiva. Se sopra il livello del mare il corpo umano è quasi sempre in posizione verticale, il galleggiare sott’acqua modifica il nostro orientamento, creando nuove possibilità.
Ecco che “entrare sotto il relitto significa entrare profondamente dentro noi stessi, rendendoci conto che attorno a noi la vita è in movimento”. Tutti gli esseri viventi si sovrappongono creando assieme la geologia del fondale marino, fondendosi in un’unica struttura. Sotto la nave corpi, coralli e rocce sommerse evocano l’esperienza di una cultura marina che caratterizza sia i Caraibi che Venezia.
La struttura lignea, realizzata interamente con materiali sostenibili e di recupero, è stata creata con l’aiuto e il supporto di Rinaldo Rinaldi, pittore di scenografie con sede a Modena, e la sua squadra. Citando la collaborazione, l’artista Nadia Huggins ricorda la bellezza della collaborazione tra creativi: perché l’arte non è qualcosa di unicamente individuale, ma trova il suo punto di realizzazione massima nella creazione collettiva.
A call to the ocean
Seguendo l’esposizione, nell’ala ovest della Chiesa di San Lorenzo, si trova l’opera dell’artista caraibica Tessa Mars ‘A call to the ocean’. Con quest’opera, l’artista indaga la capacità degli organismi viventi di resistere e adattarsi ai continui cambiamenti della realtà.

L’opera è un’installazione pittorica immersiva, i cui personaggi navigano in uno spazio ibrido incarnando la fluidità dell’improvvisazione-freestyle. Quello realizzato da Mars sulle grandi tele che compongono l’opera è uno spazio onirico, in cui i visitatori possono immergersi, camminando tra le tele. Le figure rappresentate sembrano preda di un profondissimo sonno, durante il quale vivono dei mutamenti strutturale in grado di riconciliare i loro corpi con il moto perpetuo dell’oceano.
“Troppo spesso, guardando l’oceano, ci fermiamo ad una visualizzazione superficiale, senza tuffarci affondo”, afferma Mars. Lavorando con la tecnica dello storytelling, l’artista crea una narrazione in cui il fondale marino diventa un nuovo suolo su cui camminare, da cui è possibile sentire la chiamata dell’oceano. Ogni fruitore è invitato nell’opera ad ascoltare la propria chiamata.



Senza definire un percorso prestabilito, ogni dipinto dell’installazione è un punto di partenza, e possono essere esplorati in maniera diversa. Le grandi dimensioni delle tele realizzate offrono un’esperienza totalmente immersiva che permette di ascoltare la propria chiamata dall’oceano.
Anche Tessa Mars ha lavorato nello studio di Rinaldo Rinaldi a Modena, dove per la prima volta ha affrontato tele di così grandi dimensioni. Lavorando con materiali nuovi come i pigmenti e sul pavimento, come racconta l’artista, ha avuto la possibilità di misurarsi con nuove prospettive.
Dall’Oceano alle montagne: la cultura anfibia tra Venezia e i Caraibi
La ricerca prende vita dallo studio dell’esperienza dei Maroon, gli schiavi africani portati dagli europei nell’area caraibica che fuggivano dalle piantagioni rifugiandosi nelle montagne e organizzandosi in comunità indipendenti. La mostra realizza dunque questo viaggio attraverso l’Oceano (Huggins) che porta fino alle montagne (Mars).
Questa conoscenza anfibia e oceanica unisce dunque i Caraibi con Venezia, entrambe zone in cui le culture sono frutto dell’unione tra conoscenza terrestre e conoscenza acquatica.
Nadia Huggins con il suo lavoro sfida i preconcetti legati ai Caraibi, sfida le narrazioni imposte sulla regione testimoniando l’esistenza di altre prospettive. Tessa Mars usa lo storytelling per sfidare le idee rigide e prestabilite che abbiamo sulle identità, con un pezzo che aiuta la visualizzazione del rapporto con l’oceano.
Sia Mars che Huggins stavano già lavorando sulle tematiche proposte dalla mostra, e sono state scelte per onorare il popolo caraibico.
Echoes of the Sanctuary
Nella Research Room di Ocean Space inoltre, è stata allestita la mostra Echoes of the Sanctuary, risultato del progetto di ricerca della geografa critica Louise Carver.
La mostra presenta il lavoro di TBA21–Academy che intreccia la conservazione marina, lo sviluppo rigenerativo e la produzione artistica in Giamaica. Carver ha studiato le possibilità della conservazione conviviale, ovvero un’agenda di ricerca che promuove la coesistenza, la biodiversità e la giustizia come modelli alternativi agli approcci di conservazione tradizionali.
Echoes of the Sanctuary combina la ricerca sul campo, ricerca d’archivio, prospettive teoriche e proposte di conservazione conviviale riassemblando i materiali in una piattaforma multicanale che riunisce attivisti e attiviste ambientali di Kingston e Giamaica.

L’esposizione raffigura le possibilità di realizzazione di una conservazione conviviale in Giamaica, unendo residenza artistiche, ricerca e conservazione basata sulla comunità, in un progetto che da oggi occuperà i prossimi dieci anni.



