Il racconto degli artisti gazawi Hamada Elkept e Ola el-Sharif: “Sappiamo cos’è la libertà perchè ne abbiamo provato la mancanza”
A Padova una serata per non voltarsi dall’altra parte e dare valore ai fatti del mondo anche attraverso l’arte: è questo il cuore dell’evento organizzato dall’associazione Coristi per Caso e in programma per questa sera, venerdì 23 maggio dalle ore 20.30, al Fronte del Porto. Sarà infatti una serata evento a ingresso libero, dedicata a Biennale Gaza, l’iniziativa creata da 50 artisti palestinesi, la maggior parte di loro ancora a Gaza tra le macerie, alcuni adesso in Europa dopo essere riusciti non senza difficoltà ad uscire da quella che è a tutti gli effetti una prigione a cielo aperto.

Questa sera saranno presenti con le loro opere due di questi artisti, Hamada Elkept e Ola el-Sharif. Lui ora vive in Belgio, lei invece è appena arrivata a Verona. Porteranno rispettivamente due nuovi quadri e un’installazione, mentre i Coristi per Caso canteranno alcune canzoni, tra cui una palestinese molto conosciuta a Gaza e in Cisgiordania. Sullo schermo invece scorreranno le immagini delle opere di tutti gli artisti che partecipano a Biennale Gaza e i loro volti.
La Biennale Gaza: “raccontare una vita in mezzo alla morte”
Ma che cos’è Biennale Gaza? “Biennale Gaza è un appello al mondo”, spiegano gli organizzatori. Ad aprile 2024 gli artisti di Gaza hanno iniziato a riunirsi attorno ad un unico progetto, per trovare modi di utilizzare l’arte per resistere al genocidio. A tirare le fila dell’iniziativa è Al Risan Art Museum (il Forbidden Museum), uno spazio culturale palestinese “senza muri” della Cisgiordania occupata.
Molti artisti di Gaza hanno lavorato durante questa guerra, sfidando ogni avversità , creando opere che ci ricordano che l’arte è essenziale per la vita e la nostra sopravvivenza come specie. Un progetto collettivo è emerso in un evento artistico globale, la Biennale di Gaza. La curatrice di questa Biennale, Tasneem Shatat, è una ventiseienne sfollata a Khan Younis, laureata in matematica con lode.
“La guerra ha rubato molte cose a noi e alla gente di Gaza e continua a rubare tutto, ma il mondo rimane in silenzio – ha spiegato al Guardian, parlando della Biennale Gaza -. Vogliamo che le istituzioni internazionali di tutto il mondo ospitino questi disegni e dipinti e li espongano. Non racconteremo le storie che il mondo già conosce bene, ma racconteremo la rinascita dall’oscurità dell’ingiustizia, racconteremo una vita in mezzo alla morte“.
L’idea è dunque quella di trasformare la Biennale in una rassegna globale, rendendola una preziosa opportunità per superare le linee di assedio israeliano. La Biennale di Gaza è un evento collettivo, una rete in crescita e forse un movimento. Mentre la guerra ha disperso e sfollato il popolo palestinese, la Biennale riunisce oltre 40 artisti su un’unica piattaforma, unendo le loro voci. Emergendo da radici profonde, estende un invito aperto alle istituzioni localie internazionali per ospitare e produrre queste mostre.
Benciolini: “Importante parlare di quello che stiamo vedendo a Gaza”
“Come Comune in questi mesi, in questo anno e mezzo, abbiamo più volte ribadito la nostra condanna nei confronti di ogni azione violenta che serva a risolvere i conflitti – ha dichiarato l’assessora alla Pace del Comune di Padova, Francesca Benciolini -. Siamo convinti profondamente che il dialogo, la diplomazia e il diritto internazionale devono essere, diciamo, lo strumento che ci eravamo dati e che continua a essere lo strumento che dobbiamo scegliere. E in questo la condanna di ogni violenza, in particolare di quello che stiamo vedendo poi negli ultimi settimane a Gaza, ci lascia senza parole, ma sentiamo che invece è importante parlarne“.

“Come città ci sentiamo di continuare a sostenere una posizione chiara nei confronti di questa, come lo diciamo anche di tante altre guerre – continua Benciolini –. Continuiamo a chiedere al nostro governo, alle nostre istituzioni, all’Europa di avere una posizione chiara e di ritornare ad avere un ruolo di mediatori rispetto a quest’uso della violenza che alla fine batte sulla popolazione civile, sulle persone, solo per fare gli interessi di alcuni potenti e evidentemente dell’industria delle armi”.
La testimonianza, Hamada Elkept: “La vita dell’artista a Gaza è diversa dalla vita di qualsiasi altro artista”
“Gaza è una città è un po’ particolare, è diversa da tutte le città del mondo”. A raccontarlo è Hamada Elkept, artista palestinese che presenterà questa sera la propria installazione.
“Da quando sono nata ho vissuto in una città chiusa. Tutte le porte della città erano chiuse, ho iniziato la mia vita sentendomi in una camera chiusa. Questo era il primo sentimento che ho provato e sono cresciuta con questo sentimento”.
“Gaza ha una spiaggia bellissima. È una città antica che racconta la storia e la cultura di questa gente. Ogni dettaglio in Gaza racconta che Gaza è palestinese – spiega Hamada Elkept -. Ho studiato l’arte all’università e poi sono partito da solo, cercando il mio spazio: dopo l’università ho provato a praticare l’arte ma è stato difficile perché la vita dell’artista a Gaza è diversa dalla vita di qualsiasi altro artista“.
“Israele ha chiuso la città quindi nessuno può entrare e uscire da Gaza: ho vissuto quindi 28 anni nella mia vita senza poter vedere l’arte, al di fuori di quello che c’era a Gaza“, continua l’artista. E il suo è un racconto davvero commovente.

“Ho avuto tante opportunità per andare all’estero ma non sono riuscita perché ai check point israeliani mi bloccavano. Ho avuto anche l’opportunità di andare in Cisgiordania, dall’altra parte della Palestina ma sempre mi hanno bloccato ai check point israeliani – racconta Hamada Elkept -. Questo ha contribuito a creare il mio modo in cui disegno le persone e uno dei miei primi progetti era disegnare le persone in una camera chiusa: mi sono sempre chiesto come fanno queste persone a vivere una vita normale senza avere nessuna relazione con persone fuori da questa camera chiusa“.
“Prima di questo genocidio che sta succedendo a Gaza, disegnavo a volte, andavo anche nella natura, cercavo di disegnare altre cose. Dopo l’inizio di questo genocidio che sta ancora continuando, non riesco a concentrarmi su nient’altro – ammette l’artista gazawi -: la mia arte ora è sempre focalizzata su questo”.
“È molto importante parlare e fare arte che riguarda questo tema, perché non riguarda solo la Palestina, ma riguarda l’umanità . A volte non metto la Palestina dentro la mia arte, ma il mondo umano che metto alla fine fa riflettere e si capisce che è la Palestina”.
“Ogni persona deve cercare di essere umana, di sostenere e proteggere l’umanità : facendo questo proteggerà e sosterrà la Palestina – aggiunge Elkept -. È assurdo che uno non possa portare fuori Gaza nemmeno un pezzo di carta con un disegno. È molto dolorosa questa cosa, soprattutto quando pensiamo che ancora oggi le persone a Gaza sono oppresse e muoiono“.
La testimonianza, Ola el-Sharif: “La libertà non è una cosa facile”
“Tutti noi sogniamo di uscire da Gaza, non perché non ci piace Gaza, non perché odiamo la città , ma perché c’è un conflitto che non si ferma mai tra la nostra città e Israele”. Le parole sono quelle di Ola el-Sharif, anch’ella artista gazawi che sar presente all’evento di stasera.
“Mio padre è andato all’estero da quando eravamo piccoli, quindi non abbiamo vissuto con lui – spiega Ola el-Sharif -. Per noi palestinesi qualcuno deve andare via per cercare di sostenere la sua famiglia“.
“Ogni anno mio padre faceva richiesta affinchè noi potessimo andare a trovarlo negli Stati Uniti, ma ogni anno la richiesta veniva rifiutata: dicevano che noi siamo terroristi. Da piccola mi chiedevo sempre perché siamo noi i terroristi? Qual è la differenza tra noi e il resto del mondo? Cos’è che mi faceva essere una terrorista?”
“Quando siamo cresciuti, il primo ad andare via è stato mio fratello più grande: è andato in Europa per studiare. Andare fuori Gaza era l’unica soluzione per noi per costruirci un futuro: l’opzione che avevamo era sempre di finire la scuola e poi andare all’estero – racconta l’artista gazawi -. Il viaggio non è stato semplice, è andato in mare, ha visto persone morire davanti a lui. Le cose che ci hanno raccontato sono terribili”.
“Anche il mio secondo fratello ha vissuto la stessa cosa quando ha finito la scuola. Ha cercato di andare all’estero, ma lo ha fatto illegalmente andando nei boschi, vedendo anche persone morte nel viaggio, cose che fanno paura e che ci ha raccontato – prosegue Ola el-Sharif -. Solo perché sei palestinese non puoi viaggiare in maniera normale, non puoi fare niente. Anche se sei in grado, ma perché non hai un altro documento, solo perché sei palestinese, non sei come gli uomini normali. Dopo aver vissuto tutto questo, mi sono promessa da piccola che ogni causa umanitaria nel mondo l’avrei sostenuta, perché ho vissuto l’oppressione e so cosa vuol dire essere chiamato terrorista per niente“.

Poi è arrivata questa ultima guerra. “Ero così terrorizzata quando ero a Gaza, perché immaginatevi essere in un posto, aspettando così e non sapendo in quale momento arriva qualcosa che mette fine a tutto, anche alla vita o alla vita della tua famiglia o alla vita di qualcuno che conosci. Ero così terrorizzata, ho sentito la paura, ho capito cos’è la paura“, è il racconto drammatico di Ola el-Sharif.
“La cosa più brutta che ho vissuto in questa guerra è stata quando il Ministero della Difesa israeliana ha chiamato le persone di Gaza “animali umani”. Poi ho visto che il mondo ci guarda come animali. Noi, che non abbiamo fatto male a nessuno, che stiamo cercando di andare avanti con le nostre vite, ci chiamano animali umani”.
“Avevamo sempre posticipato la ricerca dei modi per uscire da Gaza, perché pensavamo “oggi finirà , domani finirà , questo mese finirà ”, ma è sempre andata avanti questa guerra – afferma l’artista -. Alla fine abbiamo deciso di lasciare Gaza e anche quando abbiamo preso questa decisione non è stato così facile, ma per potere uscire da questa situazione non c’era nessun’altra soluzione. Per poter uscire da Gaza abbiamo dovuto pagare 40mila dollari in quattro, io, mia mamma, mia sorella e sua figlia. Altre famiglie hanno pagato anche 100mila dollari per poter uscire da Gaza e questi soldi andavano all’autorità egiziana che chiudeva l’uscita da Rafha”.
“La libertà non è una cosa facile, è una cosa molto difficile – conclude Ola el-Sharif -. Adesso sento cosa vuol dire libertà : prendere decisioni piccole, come scegliere cosa fare, dove andare, queste piccole cose, questa piccola libertà , noi la capiamo perché ne abbiamo vissuto la mancanza”.



