L’appello di Ca’ Foscari: “Il Governo italiano metta in campo tutte le azioni possibili per l’immediata liberazione di Alberto”
Si trovava in Venezuela per conto di una ONG che offre sostegno a persone in condizione di emarginazione e disabilità, quando è stato arrestato il 15 novembre 2024: da allora Alberto Trentini è detenuto lì. La sua detenzione è stata confermata ufficialmente soltanto due mesi dopo l’arresto e non è mai stata motivata in modo chiaro, né è mai stato formalizzato alcun processo.
Ora anche l’Università Ca’ Foscari di Venezia riporta l’attenzione sul suo caso, attraverso uno striscione, comparso fuori dalla sede centrale e affacciato sul Canal Grande, dove si legge chiaramente: “Alberto Trentini libero”.

“Si è laureato qui, a Ca’ Foscari, nel 2004, in Storia contemporanea, con il massimo dei voti. Dopo la laurea, si è dedicato con passione e dedizione alla cooperazione internazionale, viaggiando in molti paesi del mondo – racconta la rettrice Tiziana Lippiello -. Quando è stato arrestato, si trovava in Venezuela per conto di una ONG che offre sostegno a persone in condizione di emarginazione e disabilità”.
“Siamo fieri di Alberto, della sua vita spesa nell’impegno concreto per la solidarietà internazionale e per i diritti umani – continua Lippiello –. Oggi, chiunque attraversa il Canal Grande, veneziano o turista che sia, vede affisso al balcone della nostra sede centrale, lo striscione con le parole Alberto Trentini libero: un segnale della nostra adesione all’appello della famiglia perché il Governo italiano metta in campo tutte le azioni possibili per l’immediata liberazione di Alberto”.
L’immigrazione veneta in Sudamerica
La vicenza di Alberto Trentini è stata ricordata anche in apertura del congresso “Immigrazione italiana nel Sudamerica: un bilancio storiografico e nuove prospettive di ricerca”, dedicato ai 150 anni dell’immigrazione veneta in Sudamerica, a cui era presente in video collegamento anche Beppe Giulietti, coordinatore di Articolo 21, dall’inizio di questa vicenda al fianco della famiglia Trentini.
La tre giorni di studi è stata organizzata da ricercatrici e ricercatori dell’Università Ca’ Foscari Venezia in collaborazione con le università venete, dal 9 all’11 dicembre, nell’Aula Baratto nella sede centrale dell’Ateneo veneziano, per fare il punto sulla condizione, oggi, dell’immigrazione veneta nel Sudamerica. Per l’Ateneo veneziano i promotori del convegno sono Luis Beneduzi, professore di Storia e istituzioni delle Americhe, e Alessandro Casellato, professore di Storia contemporanea.
I numeri dell’immigrazione
Nel 2020, si osservava un volume di 54,2 miliardi in America Latina, in confronto con 38 miliardi in Asia o 20 miliardi nell’Europa dell’Est, in relazione al fatturato delle imprese italiane all’estero. Fra Brasile e Argentina, attualmente, abbiamo un numero stimato di circa 60 milioni di discendenti di italiani, mentre sono arrivati negli stessi paesi, fra i 1870 e il 1970 circa 4,5 milioni di emigrati italiani (di cui circa il 25% erano veneti).
Argentina e Brasile occupano rispettivamente la prima e la terza posizione nel numero di italiani iscritti all’Aire: nel primo paese, 987 mila e nel secondo 671 mila. Secondo dati del Museo Nazionale dell’Emigrazione italiana, nel 2008, erano più di 57 mila i veneti in Brasile e quasi 32 mila quelli in Argentina. I principali settori economici per il Veneto in America Latina: macchinari e meccanica, agroindustria, occhialeria, arredo e design. Esiste un forte rapporto transnazionale fra le comunità, le associazioni e i circoli dei veneti nel mondo e le realtà immigrate in America Latina.

“Negli ultimi 50 anni abbiamo osservato il rafforzamento di una comunità transnazionale che mette in collegamento un’identità veneta costruita in Italia e un’altra figlia della diaspora – ha commentato il professor Luis Beneduzi -. L’associazionismo mantiene un ponte culturale fra le due sponde dell’Atlantico, creando sinergie fra il Veneto e i paesi latinoamericani, dove le comunità etniche odierne cercano di conservare le memorie degli immigrati di fine Ottocento. Più che la nostalgia del passato, sarebbe fondamentale progettare un futuro di legami rinsaldati da esperienze condivise e da progetti economici e sociali congiunti“.
“Studiando l’emigrazione ricordiamo una storia che si sviluppa da una parte all’altra dell’oceano nel corso di 150 anni, che non ha un’unica direzione ma ha visto andate e ritorni in momenti diversi e ha prodotto identità complesse e memorie interconnesse – ha spiegato il professor Alessandro Casellato -. Riconosciamo il senso profondo di questo rapporto che ha fatto sì che l’Italia e i paesi dell’America Latina siano stati alternativamente terre da cui si è partiti e luoghi in cui si è cercato asilo, fortuna e libertà. Tenere viva la possibilità di spostarsi, di sperimentare e di sentirsi quasi a casa propria lì e qui, a noi pare una cosa a cui è bello dare un contributo”.
L’esposizione a Ca’ Foscari Zattere
La mostra fotografica “150 anni dell’immigrazione veneta nel Rio Grande do Sul” è esposta a Ca’ Foscari Zattere dal 10 al 24 dicembre e cerca di ricostruire i differenti momenti delle commemorazioni dell’immigrazione italiana nel sud del Brasile, dall’idea della cooperazione del componente italiano al progresso economico e sociale del Rio Grande do Sul, nel 1925, quando dei 50 anni, alla costruzione di un nuovo tipo sociale, l’italo-brasiliano, nel 1975, quando dei 100 anni.



