Dopo la lettera del presidente americano Donald Trump sui dazi al 30%, le realtà venete espongono i rischi per l’export regionale
Contro le aspettative dei più ottimisti, la lettera inviata dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump conferma la linea dura nei confronti dell’Europa. Il presidente USA infatti minaccia dazi al 30% a partire dal 1 agosto 2025 su tutti i beni, aggiungendo l’aumento della percentuale in maniera proporzionale in caso di ritorsioni da parte di Bruxelles.
A intervenire sul tema dazi Confartigianato Imprese Veneto, che insiste sulla necessità dell’Europa di “investire su se stessa con un piano industriale ambizioso. Perché se l’Europa resta unita, è un’economia più grande degli Studi Uniti”.
“La vera forza dell’Europa non si misura sul terreno della ritorsione commerciale, ma nella capacità di fare sistema, investire con decisione sui propri comparti produttivi, e valorizzare l’industria di qualità che ci rende unici nel mondo”, afferma il presidente di Confartigianato Veneto Roberto Boschetto.
Confartigianato: “Veneto seconda regione più a rischio”
Secondo i calcoli dell’ufficio studi di Confartigianato dopo la Lombardia che registra 4.419 milioni di export soggetto a dazi, pari all’1% del Pil regionale, il Veneto è la seconda regione più vulnerabile con 3.094 milioni di euro di esportazioni a rischio, pari all’1,7% del Pil regionale.
Il tessuto produttivo veneto infatti, si compone di micro e piccole imprese, eccelle in gioielleria, occhialeria e moda, comparti che rappresentano il 56% e il 17,2% rispettivamente dell’export più esposto. Il mercato americano resta per il Made in Italy una destinazione strategica: nei dodici mesi a fine aprile 2025 le esportazioni italiane verso gli USA valgono 66,6 miliardi di euro.
Tuttavia, proprio i settori più legati alle micro e piccole imprese stanno già registrando segnali di debolezza. Nel primo quadrimestre 2025 l’export verso gli USA cresce dell’8,2%, ma il dato è falsato dal boom del settore farmaceutico che ha registrato un +74,5%. Invece, nei restanti comparti manifatturieri la flessione è del -2,6%.
I dazi, non solo peseranno sull’export diretto negli Stati Uniti, ma si genererà anche un effetto indiretto dato da una minore domanda di paesi che esportano prodotti negli Stati Uniti e che utilizzano per la produzione semilavorati e macchinari prodotti in Italia.
Secondo l’ufficio studi di Confartigianato, il dato più emblematico riguarda appunto i settori di medie e piccole imprese, ovvero alimentare, moda, legno e arredo, prodotti in metallo, altre manifatture. Questi settori nei dodici mesi a marzo 2025 valgono 17,87 miliardi di euro, pari allo 0,9% del Pil. Nel primo trimestre dell’anno la crescita si ferma al +1%, trainata dall’alimentare (+9,3%) e dalla moda (+3,6%), mentre segnano il passo le altre manifatture (-9,7%), i prodotti in metallo (-6,8%) e i mobili (-2,0%).
Sulla competitività del Made in Italy pesa inoltre il deprezzamento del dollaro rispetto all’euro, che tra gennaio e giugno 2025 ha segnato un -11,2%. Un’ulteriore zavorra per le esportazioni che, con l’aggiunta dei dazi, rischiano di indebolire in modo strutturale la nostra presenza negli USA.
“A questo scenario già complicato si somma la fragilità energetica del continente – aggiunge Boschetto – per questo la cessazione immediata della guerra in Ucraina è un’urgenza strategica: non solo per la pace, ma per ricostruire un asse economico con l’Est Europa che restituisca all’Europa risorse energetiche accessibili e sicurezza di approvvigionamento”.
Confartigianato Padova: “Tutelare il Made in Italy e trattenere aziende sul territorio”
L’annuncio del presidente degli Stati Uniti Donald Trump sull’introduzione di dazi al 30% sulle importazioni rappresenta un colpo duro per le economie locali più proiettate verso l’export, e in particolare per la provincia di Padova, tra le più esposte a questo tipo di dinamiche.
“Questa situazione, che si delinea con sempre maggiore chiarezza – dichiara il presidente di Confartigianato Imprese Padova, Gianluca Dall’Aglio – impone una riflessione profonda sulla direzione che vogliamo dare alla nostra economia. Non possiamo continuare a dipendere esclusivamente da mercati esteri sempre più instabili. Serve un’azione decisa per rafforzare il mercato interno, creando condizioni favorevoli all’assorbimento dei prodotti italiani nel nostro stesso Paese”.
Per il presidente Dall’Aglio, è giunto il momento di scelte strategiche coraggiose, capaci di trattenere le aziende sul territorio e valorizzare il Made in Italy. “Un sistema di economia interna funzionante non si costruisce dall’oggi al domani: servono investimenti mirati, politiche industriali lungimiranti e un ambiente favorevole all’impresa. Questo significa semplificare il sistema burocratico e fiscale, liberare le energie produttive da vincoli che ne limitano la competitività , e garantire una reale indipendenza energetica per ridurre la vulnerabilità del nostro sistema economico”.
“La provincia di Padova – conclude Dall’Aglio – ha dimostrato negli anni una forte vocazione internazionale e una sorprendente resilienza, ma ora ha bisogno di una visione chiara per affrontare le sfide globali. Proteggere il lavoro, l’identità produttiva e il futuro del nostro territorio è una responsabilità che non possiamo più rimandare“.
Coldiretti: “Dazi al 30% colpo mortale per il cibo Made in Italy”
A intervenire sulla questione anche Coldiretti Veneto, secondo cui i dazi annunciati dal presidente USA potrebbero costare alle famiglie statunitensi e all’agroalimentare italiano oltre 2,3 milioni di euro.
“Imporre dazi al 30% sui prodotti agroalimentari europei, e quindi italiani, sarebbe un colpo durissimo all’economia reale, alle imprese agricole che lavorano ogni giorno per portare qualità e identità nel mondo, ma anche ai consumatori americani, che verrebbero privati di prodotti autentici o costretti a pagarli molto di più oltre ad alimentare il fenomeno dell’italian sounding“, afferma il presidente di Coldiretti Ettore Prandini.
Questi dati emergono da una stima Coldiretti, effettuata sulla base dell’impatto per le filiere nazionali già sperimentato in occasione delle tariffe aggiuntive imposte da Trump nel suo primo mandato, che aveva portato a un calo delle vendite a doppia cifra per i prodotti colpiti.
Secondo Coldiretti dunque, l’impatto in termini di prezzi maggiorati per i consumatori americani si tradurrebbe inevitabilmente in ricadute anche sulle aziende italiane, vista la richiesta di “sconti” da parte degli importatori riscontrata nelle scorse settimane. La diminuzione dei consumi porta inevitabilmente a prodotto invenduto per le imprese tricolori, costrette a dover cercare nuovi mercati.
Inoltre, da non dimenticare il pericolo falsi, con gli Stati Uniti primo produttore mondiale di falso cibo Made in Italy. L’eventuale scomparsa di molti prodotti italiani dagli scaffali rappresenterebbe un assist per la già fiorente industria del tarocco, che si stima in un valore di 40 miliardi di euro.Â
Al danno immediato andrebbe ad aggiungersi quello causato dalla mancata crescita. Il cibo Made in Italy in Usa infatti, quest’anno puntava a superare il traguardo dei 9 miliardi di euro, dopo aver raggiunto lo scorso anno il valore record di 7,8 miliardi di euro, grazie a un incremento delle vendite del 17% rispetto al 2023, secondo l’analisi Coldiretti su dati Istat.Â
A pesare è anche il fatto che le nuove tariffe aggiuntive andrebbero a sommarsi a quelle già esistenti, penalizzando in particolar modo alcune filiere cardine, a partire da quelle già sottoposte a dazio. Con il dazio al 30%, le tariffe aggiuntive per alcuni prodotti simbolo del Made in Italy arriverebbero al 45% per i formaggi, al 35% per i vini, al 42% per il pomodoro trasformato, al 36% per la pasta farcita e al 42% per marmellate e confetture omogeneizzate, secondo una proiezione Coldiretti.
“Purtroppo non possiamo che constatare, laddove dovessero essere confermati i dazi il 1 agosto, il totale fallimento della politica esercitata dalla Von der Leyen a danno dei settori produttivi e delle future generazioni – commenta Prandini -. La Presidente deve spendersi per una soluzione vera, come non ha ancora fatto. In un momento delicatissimo per gli equilibri geopolitici ed economici globali, colpisce la totale assenza di coraggio e di visione strategica da parte dell’Europa. Mentre il mondo si riarma, le filiere si ricompongono e le grandi potenze investono nel rafforzamento della propria sovranità alimentare ed energetica, Bruxelles pensa a tagliare risorse proprio ai settori produttivi più strategici come l’agricoltura e dell’economia reale“.
Villanova: “Il prosecco, un’eccellenza da tutelare”
A intervenire con preoccupazione per quanto riguarda l’eventualità dei dazi al 30% sull’export del prosecco, il presidente dell’intergruppo Lega – Liga Veneta in consiglio regionale Alberto Villanova.
“La preoccupazione degli imprenditori sui dazi Usa e’ legittima. L’aumento dei costi riguarderà prodotti anche come il nostro prosecco. Un vino che è una eccellenza, amato in tutto il mondo, ma sopratutto negli Usa”, afferma Villanova.
“È fondamentale, quindi, che l’Europa continui a negoziare fino a fine mese per scongiurare questa scure.
Non c’è dubbio che i prodotti come il prosecco non siano sostituibili sul mercato statunitense – aggiunge il presidente -. Ma è altrettanto evidente che un aumento del prezzo non aiuta le vendite. L’Europa ha investito troppo tempo in pesante regolamentazione interna sottraendo risorse importanti ad investimenti di politica di sostegno alle nostre imprese. Meno norme, più risorse per investimenti tecnologici che consentono economie di scala e accordi con Paesi emergenti per nuovi sbocchi commerciali”.
“Una volta superato il caos dei dazi, quindi, mi auguro che venga avviato un lavoro di lungo periodo per sostenere le nostre imprese, oggi strette tra una burocrazia europea opprimente e un mercato internazionale caratterizzato da forti tensioni geopolitiche”, conclude Villanova.
Cgia: “Dazi al 30%, per il Veneto un costo fino a 4 miliardi”
I dazi doganali al 30% voluti dall’amministrazione Trump potrebbero innescare, oltre che una serie di effetti diretti sulle nostre esportazioni, anche effetti indiretti (come l’ulteriore apprezzamento dell’euro, un aumento dell’incertezza dei mercati finanziari e un incremento del costo di molte materie prime) in grado di provocare un danno economico al sistema produttivo veneto fino a 4 miliardi di euro all’anno.
Tuttavia, grazie all’ottima diversificazione dei prodotti venduti in USA, il Veneto potrebbe avere ricadute negative meno pesanti di una buona parte del resto del Paese, secondo quanto emerge dall’ufficio studi della Cgia (Associazione artigiani e piccole imprese).
Le regioni più a rischio, secondo le analisi Cgia, sono quelle del sud a causa della bassa differenziazione di prodotti venduti su territorio americano. A differenza del resto del Paese, infatti, la quasi totalità delle regioni del sud presenta una bassa diversificazione dei prodotti venduti nei mercati esteri.
L’analisi della Cgia si fonda sulla misurazione dell’indice di diversificazione di prodotto dell’export per regione. Tale parametro pesa il valore economico delle esportazioni dei primi 10 gruppi merceologici sul totale regionale delle vendite all’estero.
Laddove l’indice di diversificazione è meno elevato, tanto più l’export regionale è differenziato, risultando così meno sensibile a eventuali sconvolgimenti nel commercio internazionale. Diversamente, tanto più è elevata l’incidenza del valore dei primi 10 prodotti esportati sulle vendite all’estero complessive, quel territorio risulta essere più esposto alle potenziali congiunture negative del commercio internazionale.Â
Sulla base di questo dato, a rischiare di più sono Sardegna, Molise e Sicilia. La regione che a livello nazionale presenta l’indice di diversificazione peggiore è la Sardegna (95,6%), dove domina l’export dei prodotti derivanti della raffinazione del petrolio. Segue il Molise (86,9 %), che è caratterizzato da un peso particolarmente elevato della vendita dei prodotti chimici/materie plastiche e gomma, autoveicoli e prodotti da forno. Infine al terzo posto si colloca la Sicilia (85%), che presenta una forte vocazione nella raffinazione dei prodotti petroliferi.
Di contro, le regione che potrebbero essere meno coinvolte sono Lombardia e Veneto. Le aree geografiche che, invece, potrebbero subire degli effetti negativi più contenuti di quelli previsti al sud sono la Lombardia (con un indice del 43%), il Veneto (46,8%), la Puglia (49,8%), il Trentino Alto Adige (51,1%), l’Emilia Romagna (53,9%) e il Piemonte (54,8%).
Degli oltre 7,5 miliardi di export veneto verso gli Stati Uniti, i prodotti più importanti sono l’occhialeria e i dispositivi medici (1,4 miliardi), bevande/vini (614 milioni) e l’oro (581 milioni).


