Sollecitata un’interrogazione parlamentare al ministro dell’Ambiente: “Va valutata la possibilità di individuare l’area contaminata come Sito di interesse nazionale”
Non le manda a dire il deputato veneto pentastellato Enrico Cappelletti, che riporta l’attenzione della politica veneta e italiana sulla situazione dell’ex Miteni di Trissino. “Le istituzioni hanno il dovere di dare risposte urgenti ed evitare ulteriori ritardi sulla bonifica del sito ex Miteni contaminato dai Pfas – afferma l’esponente del M5S -. Da troppi anni i veneti attendono invano l’inizio dei lavori di bonifica per rimuovere le cause che stanno alla base dell’inquinamento e dei problemi sanitari e ambientali generati dalla contaminazione delle acque superficiali, della falda e degli acquedotti. Un periodo eccessivo che, considerato l’immobilismo della Regione, potrebbe addirittura prolungarsi ulteriormente di molti altri anni”.
Da qui, la decisione di sollecitare le istituzioni, “con un’interrogazione parlamentare il ministro dell’Ambiente e della sicurezza energetica, Pichetto Fratin, affinché ci dica se intende attivare i previsti poteri sostitutivi nelle attività di bonifica del sito inquinato e se valuta la possibilità di individuare l’area contaminata come Sito di interesse nazionale”.
Il Veneto tossico: storia dell’ex Miteni
Tutto inizia nel vicentino, a Trissino, nel 1965, quando viene aperto il centro di ricerca (RiMar) per l’azienda tessile Marzotto. La società viene in seguito rilevata, nel 1988, da EniChem e Mitsubishi e cambia nome: è l’origine della Miteni (Mitsubishi-Eni), di cui nel 1996, Mitsubishi acquisce il 100% delle azioni. Nel 2009, la società viene venduta all’Icig. Il 9 novembre 2018 è dichiarato il fallimento.
Nel corso della sua storia, la sede, sia quand’era RiMar sia come Miteni, si è resa protagonista di due casi di inquinamento delle acque potabili: nel 1977 la prima e nel 2013 la seconda, quando la vicenda è salita alle cronache nazionali e internazionali per una grave dispersione di falda e di acque potabili superficiali, riconosciuta dall’Arpav, in ben tre provincie del Veneto: Padova, Verona e Vicenza. Coinvolti dalle conseguenze una trentina di comuni, nei quali le acque erano inquinate da sostanze appartenenti al gruppo dei tensioattivi perfluorurati, i cosiddetti Pfas. Così la Miteni è finita anche sul banco degli imputati della Corte d’Assise di Vicenza, nell’ambito del processo per avvelenamento delle acque e non solo.
La gravità: dispersione di Pfas nell’ambiente
Fra i più gravi e noti capi d’imputazione a carico della Miteni, vi è sicuramente quello inerente l’inquinamento ambientale, con la contaminazione dell’acqua potabile con i Pfas. Ma di cosa si tratta?
I Pfas (sostanze perfluoroalchiliche) vedono la loro origine negli anni ’40, come composti chimici “di sintesi”. Ad oggi, si contano più di 4.000 sostanze appartenenti a questa famiglia, utilizzate soprattutto nell’industria, ma presenti anche in numerosi prodotti utilizzati anche nella quotidianità: rendono antiaderenti e idrorepellenti pentole, carte e imballaggi, cavi elettrici, pitture e addirittura camici chirurgici, solo per fare alcuni esempi. La pericolosità sta nel fatto che sono sostanze resistenti ai maggiori processi naturali di degradazione e, se dispersi nell’ambiente, possono finire direttamente nella catena alimentare: inquinano l’acqua, ma vengono assorbiti anche dalle piante.
Il loro assorbimento nel sangue comporta l’insorgere di numerosi disagi fisici, ancora in fase di studio e valutazione da parte dell’EFSA (Autorità europea per la sicurezza alimentare), tra cui aumento dei livelli di colesterolo nell’uomo. Altri studi hanno inoltre mostrato anche alterazioni a livello di fegato e tiroide, del sistema immunitario e riproduttivo, e alcuni tipi di neoplasie, come riporta anche la Fondazione Umberto Veronesi.
Cappelletti: “La Regione faccia un passo indietro e lasci intervenire il Ministero”

“Fino a quando non si provvederà con la bonifica sarà impossibile fermare l’inquinamento delle falde e di tutta l’area – sottolinea Cappelletti -. La Regione prenda atto del proprio fallimento, che suona inevitabilmente beffardo in un’epoca di rivendicazione d’autonomia differenziata, e faccia un passo indietro, consentendo al ministero di intervenire nell’interesse della tutela della salute pubblica”.



