Una riflessione sociale ad un anno dalla tragica scomparsa di Giulia Cecchettin: la società è pronta a prevenire (e curare) le situazioni pericolose?
Non racconterò di nuovo la sua storia: la sappiamo, non serve. Anche perchè è già passato un anno, ma non è cambiato niente. Forse perché di Giulia e di ciò che ha subìto si è detto tanto – troppo –, ma non ciò che serviva. In quest’anno abbiamo visto moltiplicarsi libri e riflessioni sul suo caso e su quello di molte altre, si è detto di bruciare tutto senza bruciare niente, che “è stato il vostro bravo ragazzo”. Oggi nel Comune di Vigonovo la musica del “PIanista fuori posto”, Paolo Zanarella, di fronte al municipio renderà omaggio al ricordo di Giulia Cecchettin. Ma che ne è del poi?
Ci siamo persi nella spettacolarizzazione e nel paternalismo spiccio: la prevenzione conta per le generazioni future – e se ne è già parlato largamente –, ma ci sono donne già adulte che non sanno ancora come difendersi, per le quali è necessaria una cura per salvarsi – e al più presto possibile. Perché oggigiorno ci si concentra ancora troppo sul carnefice e sul come domarlo, ma non sulla vittima e sul come salvarla.
L’educazione al rispetto è il comun denominatore di entrambe le strategie. Da donna, però, mi sento maggiormente in dovere di parlare alle donne: dobbiamo imparare a difenderci. Dagli altri e, soprattutto, da noi stesse.
Regola numero uno: “Ama il prossimo tuo come te stesso”
Frase di biblica memoria, suona strana pronunciata dalla bocca di un’agnostica. Eppure non c’è verità più grande: l’educazione al rispetto per l’altro non può che venire da un’educazione al rispetto prima di tutto per noi stessi.
Robin Norwood, psicoterapeuta di fama ormai internazionale, le chiama “donne che amano troppo” e ne ha tratto già nel 1977, all’alba dunque di tutte quelle correnti sociali che spingevano la donna all’emancipazione e alla ricerca di un ruolo altro rispetto a quello di “costola dell’uomo”, con l’omonimo saggio – che consiglio vivamente a tutti di leggere, indistintamente dal proprio genere e sesso. Sono donne ferite, donne che non immaginano d’esserlo a volte, ma che rispondono alla ferita inconsapevole con l’amore tossico: e “quando essere innamorate significa soffrire, stiamo amando troppo”, ha spiegato Norwood. E amare troppo, in realtà, significa “non amare affatto; perché siamo dominate dalla paura”, ha sottolineato anche Dacia Maraini nella prefazione all’opera sopraccitata.
Molti casi di femminicidio – se non tutti – hanno a che fare con questo pattern, da cui è necessario imparare come uscire il prima possibile: ci hanno cresciute come centri di cura ambulanti (per i figli, per i genitori… “per il prossimo”, appunto: donna, ergo curo), ma la sindrome della crocerossina è sindrome di un disamore più grande verso noi stesse. Acquisire consapevolezza di sé e l’equilibrio sentimentale è il primo grande passo da fare per raggiungere davvero quell’emancipazione che sin dall’Ottocento abbiamo incominciato a cercare, ma anche per fuggire da “quel bravo ragazzo” che anche se di fronte a un giudice non sa pronunciare il nostro nome e sembra un bambino spaventato, in realtà sa commettere omicidi efferati senza battere ciglio: Turetta, del resto, lo ha dimostrato.
Non si tratta di fare victim blaming: un assassino è un assassino, non importa cosa abbia fatto (o non fatto) la vittima. Ma serve riconoscere che la prima cosa che ognuna di noi possa fare per proteggersi è imparare a volersi bene per davvero.
Psicoterapia contro il disamore di sé: la lunga strada
Facile a dirsi, no? Il percorso in realtà è tanto più arduo di quello che sembra: uno dei problemi più grandi sta nel considerare ancora la psicologia come “l’ultima spiaggia”, mentre potrebbe essere la chiave di volta alla questione.
Il fondo della questione sta nel fatto che la società non è ancora pronta a fare quel salto di qualità necessario: risulta ancora troppo difficoltoso chiedere aiuto, sia per timore e abitudine, sia per la disponibilità d’aiuto offerta a livello nazionale. Ad oggi, infatti, gli psicologi presenti nel Sistema sanitario nazionale sono meno di 5.000: un numero decisamente insufficiente per coprire il fabbisogno italiano e, di conseguenza, anche per prevenire e curare le situazioni che richiedono maggior attenzione.
Il silenzio della società, la nostra risposta
Finché non cambieremo questa situazione, non riusciremo né a educare le nuove generazioni alla comunicazione, alla consapevolezza, al chiedere aiuto – ma anche e soprattutto al rispetto –, né a superare quei terrificanti titoli sui giornali: “L’ha uccisa perché l’amava troppo”.
Ma ad amare troppo siamo sempre noi e dobbiamo smettere. E se l’aiuto continuerà a non arrivare dalla società e dallo Stato, deve arrivare almeno da noi stesse: dobbiamo incominciare ad ascoltarci, educhiamoci a questo. Incominciamo ad ascoltare noi stesse, le nostre madri, le figlie, le amiche. Incominciamo magari leggendo quel libro.


